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Mercato digitale italiano, +2,8% l’anno fino al 2021

Nel triennio 2019-2021 il mercato digitale italiano crescerà con un tasso medio annuo del 2,8%. Una percentuale derivante da incrementi del 2,5% (72.223 milioni di euro) nel 2019, del 2,8% (74.254 milioni) nel 2020, e del 3,1% (76.536 milioni) nel 2021. La proiezione per i settori dell’informatica, telecomunicazioni, contenuti digitali ed elettronica di consumo fa seguito a un 2018 già chiuso in crescita del 2,5%, e al quarto anno consecutivo di ripresa del mercato. Si accentuerà però lo scarto fra le dinamiche delle componenti più consolidate e più innovative, con le seconde stimate a tassi di crescita 10 volte più elevati. Le stime scontano però la continuità degli investimenti in reti di comunicazione ad alta capacità, dei programmi Impresa 4.0 e dei programmi di ammodernamento della PA del nuovo Piano Triennale.

“In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale”

È questo il quadro che emerge dall’edizione 2019 del rapporto Il Digitale in Italia, presentato da Anitec-Assinform, l’Associazione delle imprese dell’ICT aderente a Confindustria in collaborazione con NetConsulting cube.

“Si è innescato un processo virtuoso – commenta Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform -. La spinta delle componenti più innovative si autoalimenta sulla base di risultati concreti e si trasmette all’intero mercato, a partire dal software ai servizi. In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale, visto non più solo come fattore di efficienza, ma come leva strategica per innovare prodotti, servizi, modelli di business”.

Digital Enabler, tassi medi a +14,2% annui

A parte i servizi di rete, per il quali si attende la spinta del 5G, la progressione attesa per il medio termine è trasversale a tutti i comparti. Tra il 2019 e il 2021, Dispositivi e Sistemi cresceranno a un tasso medio annuo dell’1,9%, Software e Soluzioni ICT del 6,3%, Servizi ICT del 6,1%, e Contenuti e Pubblicità Digitale del 7,2%. Estraendo dai diversi comparti le componenti più innovative (Digital Enabler) si ha conferma della loro crescente rilevanza, poiché da qui al 2021 aumenteranno a tassi medi annui del 14,2% l’IoT, del 13,9% la Cybersecurity, del 22% il Cloud, del 14,7% l’ambito Big Data, dell’11,6% le Piattaforme per la gestione Web, del 9,1% il Mobile business, dell’11,8% i prodotti e le applicazioni Wearable. In fortissima crescita anche AI e Blockchain, pur con valori di partenza contenuti.

Settori di utenza, confermato il ruolo trainante di Banche, Industria, Distribuzione, Utility

“Per gli investimenti digitali sono previsti incrementi medi annui del 4,7% per le grandi imprese, del 3,8% nelle medie e del 2,1% nelle piccole – precisa Gay – e quest’ultimo dato è da correggere al rialzo con pragmatismo, con incentivi centrati non solo sulla bassa taglia dimensionale o la localizzazione, ma anche indirizzati ai progetti delle grandi aziende che puntano a integrare le piccole in ecosistemi collaborativi”.

Per quanto riguarda i settori d’utenza, da qui al 2021 si conferma il ruolo trainante di Banche (+4,8%), Industria (+5,2%), Distribuzione (+5,1%), Utility 5,1%), e Assicurazioni (+5,1%). E dovrebbe migliorare anche il trend del settore pubblico (+ 0,6% PA Centrale, + 1,3% PA Locale), scontando l’attuazione del Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2019-2021.


Stalkerware, i consigli per difendersi dallo spionaggio domestico

Lo smartphone ha a tutti gli effetti preso il posto della cara, vecchia agenda: in esso sono contenuti ricordi, informazioni, immagini e soprattutto un’infinità di dati sensibili. Insomma, racchiusa lì dentro non c’è solo la nostra vita digitale, ma anche molto, moltissimo della nostra vita reale. Ovvio che, con un simile patrimonio immagazzinato in un solo device, la privacy deve diventare un’assoluta priorità. Oggi, però, i nostri dati sono in pericolo: sta infatti prendendo sempre più piede il fenomeno dello stalkerware, ovvero lo spionaggio domestico. Si tratta di programmi che possono essere installati solo se si ha in mano il device, per accedere a messaggi, fotografie, social media, geolocalizzazione e registrazioni audio o video. Con un incremento del 93% delle incidenze rispetto al 2018, il nostro Paese è al secondo posto in Europa  tra i popoli “più spioni” con una maggiore predisposizione a voler controllare lo smartphone di parenti, fidanzati e perfino colleghi:lo rivela una ricerca condotta da Kaspersky , società di sicurezza informatica a livello globale.

Le dritte per non farsi spiare

E’ Wiko, società produttrice di smartphone, a fornire cinque indicazioni preziose per proteggere i nostri telefoni dai “guardoni” informatici. Innanzitutto, anche se sembra una banalità, vanno sempre scelte password complesse, composte da caratteri alfanumerici e simboli. Utilizzare la stessa password per tutti i device, o ancora la propria data di nascita o il nome di battesimo, non è davvero una buona idea. Con un po’ di impegno (e neanche tanto), chiunque potrebbe accedere ai nostri dati. La maggior parte dei telefonini oggi è dotato di fingerprint: ecco, il sensore di impronte digitali va attivato e utilizzato in abbinamento alla password complessa.

Attenzione a reti wi-fi e app

Occhio anche al wi-fi: le reti non protette sono sì comodissime, ma lasciano la “porta aperta” a potenziali criminali informatici. Meglio quindi usare connessioni non solo legittime, ma anche protette. E’ fondamentale anche prestare la massima attenzione alle app: una buona regola è quella di scaricare solo applicazioni dagli store ufficiali, così da non incappare in app fraudolente. Infine, leggere la policy sulla privacy: è questo un comportamento che non seguiamo quasi mai, invece andrebbe dedicato qualche minuto alle lettura per sapere quali autorizzazioni sono state concesse all’app appena scaricata. Insomma, se i nostri device sono a rischio la colpa è anche un po’ nostra, che spesso trascuriamo la nostra privacy per un eccesso di leggerezza. Salvo poi pentircene quando ormai è troppo tardi.


Giappone, Norvegia e Svizzera i Paesi con la reputazione più alta. Italia al top per cultura

La reputazione di un Paese si misura dai valori sociali che riesce a esprimere. E tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza sono fondamentali per ottenere una buona reputazione. Secondo l’ottava edizione del Country Index di FutureBrand, Giappone, Norvegia e Svizzera sono i Paesi con la reputazione più alta, mentre l’Italia recupera 4 posizioni e sale al 14° posto della classifica. La classifica del Country Index comprende i primi 75 Paesi per Pil nell’elenco della Banca Mondiale, e si basa sulle risposte di 2.500 intervistati relative a fattori quali Purpose (scopo) ed Esperienza, oltre a parametri quali cultura, business, turismo, qualità della vita e sistema di valori.

Tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza i parametri più importanti

Si tratta di una chiave di lettura che consente di comparare i Paesi con un Pil più basso con Nazioni tradizionalmente più forti, dando luogo a un ordine mondiale totalmente inedito. Nell’Index 2019 cresce l’importanza dei parametri tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza, considerati i misuratori più rilevanti nella definizione della “grandezza” di una Nazione. E secondo il nuovo Index gli Stati Uniti perdono 5 posizioni (12° posto) e il Regno Unito 7 (19° posto), entrambi i Paesi sono considerati perciò meno appetibili sia come destinazioni turistiche o mete di studio, ma anche per gli investitori, che ne mettono in discussione le politiche in quanto influenzano il sistema di valori.

Italia 46a per tutela ambientale e 44a per tolleranza

Nonostante le promesse relative a investimenti in innovazione e tutela ambientale, l’Italia al momento è ferma al 46° posto per la tutela ambientale. Dietro di noi c’è la Malesia che di recente ha assunto una netta posizione contro l’esportazione dei rifiuti provenienti dai Paesi occidentali. Più preoccupante per un Paese che fa affidamento sul turismo però è la 44a posizione occupata dall’Italia nel parametro relativo alla tolleranza. Nell’Index, l’Italia si colloca poi al 33° posto nel ranking Good for Business, dimostrando di avere un buon margine di miglioramento. Ed è al 37° posto nella classifica della tecnologia avanzata dietro la Slovacchia, giudicata più smart, e appena sopra al Sudan.

Italia al top per ricchezza del patrimonio artistico e cultura

Il Country Brand Index di FutureBrand esplora invece il concetto di Countrymaking come leva per potenziare il turismo e gli investimenti. E quest’anno l’Italia si conferma al 1° posto per la ricchezza dei punti di interesse storico, il patrimonio artistico e la cultura, riporta Ansa. Tuttavia, ha infrastrutture non sempre all’altezza della situazione, un rapporto qualità-prezzo giudicato poco conveniente, e manca di politiche concrete che impediscano alle città d’arte di trasformarsi in mete di un turismo poco rispettoso.

I Paesi che ambiscono a rafforzare la forza del proprio brand devono perciò necessariamente ottenere un punteggio elevato nel parametro relativo alla qualità della vita. Parametro in cui l’Italia è 28a, dimostrando anche in questo caso di avere ancora molto da fare


Il capo perfetto: le 10 caratteristiche che deve avere (oggi)

Il buon capo di oggi non è il buon capo di ieri. Gli skills richiesti sono molto diversi nel 2019, e decisamente “raffinati” e inclusivi. Lontani, insomma, dal cliché del semplice bonus per far contenti i dipendenti. Ora ai manager si chiede di più, molto di più, e soprattutto serve una vision diversa. Lo spiega Roberto D’Incau, headhunter & coach, fondatore di Lang&Partners, una delle più note società di consulenza HR italiane, che ha fatto della diversity & inclusion un modo di essere e di intendere il business. Ecco, in 10 punti, quali sono le caratteristiche che un buon capo dovrebbe avere.

Attenzione alle persone

E’ fondamentale, un’attenzione vera, non solo cosmetica. “Vedo troppi executive unicamente orientati ai risultati di breve, poco strategici e poco attenti davvero al loro team. Alla lunga tutto ciò non paga, le aziende implodono perché i team di lavoro sono poco coesi e davvero motivati” dice D’Incau.

Capacità motivazionale

E’ la capacità di attivare non la motivazione estrinseca, fatta di bonus come l’auto che interessano ormai solo gli over 40 o over 50, ma quella intrinseca, fatta di una partecipazione quotidiana anche emotiva al progetto lavorativo. Un capo ispirante sa motivare e di conseguenza fa salire l’autostima del team.

Resilienza 

La resilienza è la capacità di adattarsi al cambiamento: è fondamentale, al cambiamento positivo e negativo, sapere ripartire e non perdersi d’animo, o non farsi travolgere dal successo del momento: sono due facce della stessa medaglia.

Velocità

Il mondo è velocissimo, e il business lo è altrettanto. E’ come navigare in un mare mai calmo, bisogna sapere essere veloci, senza però mai perdere la rotta.

Orientamento all’innovazione

“Spesso si pensa a un leader innovativo come a un genio alla Steve Jobs: in realtà un capo orientato all’innovazione è chi utilizza le tecniche e le metodologie giuste per agevolare il cambiamento, ‘annusando’ il nuovo che è nell’aria e avendo il coraggio di innovare in prima persona, e di far innovare il proprio gruppo” spiega d’Incau.

Creazione del consenso

Sapere creare il consenso è più importante che essere carismatico: molti capi corrono il rischio del  “falso consenso”, quando si pensa di avere il gruppo con se e invece non c’è; bisogna sapere portare il team a guardare nella stessa direzione, accogliendo il dissenso quando serve. Se non c’è vero consenso non c’è azione.

Attenzione alle diversity

Valorizzare le diversity è fondamentale sia per far star bene le persone che lavorano in un gruppo, sia per valorizzare la capacità di innovare che è funzione diretta del livello di diversity di un leadership team: più un team è “diverso”, non omogeneo, più il fatturato legato all’innovazione sale. E’ dimostrato.

Capacità di ispirare

Sapere ispirare fiducia è fondamentale, così come portare il team a condividere davvero il proprio progetto. In generale, le persone fanno un po’ fatica a fidarsi davvero dell’azienda per cui lavorano e dei capi che li guidano: un capo ispirante è come un condottiero in cui l’esercito crede.

Essere visionario

Avere una visione, sapere dove andrà l’azienda nel medio lungo periodo, guardando oltre il presente: non è da tutti, è sicuramente molto importante. Un capo non visionario vive con un orizzonte di breve, pensa a un anno da oggi, e ai propri bonus (troppo spesso). L’azienda però senza un capo visionario non va da nessuna parte.

Concretizzare i progetti

Anche se potrebbe apparire una competenza opposta a quella precedente, in realtà è il suo complementare. Un capo può essere visionario, ma se non riesce a mettere a terra i progetti, con il supporto del suo leadership team, resta un sognatore. Ci vuole molta concretezza, oggi più che mai, perché con la velocità del business che viviamo c’è il rischio di lasciare le cose incompiute, per inseguire la prossima, senza avere concluso nulla di buono.


Arriva Cybercity Chronicles, il videogame creato dal Dis di Palazzo Chigi

Un videogioco che rivisita il mito di Teseo e Arianna in chiave cyber e lo trasforma in un’App di edutainment. Ideato dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) della Presidenza del Consiglio, in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Cybercity Chronicles nasce per incoraggiare un uso corretto e consapevole di Internet, dei social media e delle nuove tecnologie. Il gioco infatti è stato sviluppato nell’ambito della campagna Be Aware Be Digital promossa dalla Sicurezza nazionale e volta a sensibilizzare gli studenti, ma anche i docenti e le famiglie italiane, verso un utilizzo positivo del web.

L’app è scaricabile gratuitamente dai principali store online, ed è fruibile da tablet e smartphone con i più diffusi sistemi operativi.

Il mito di Arianna e Teseo in chiave action adventure

Cybercity Chronicles è una action adventure ambientata nell’annus domini 2088. Cybercity è la prima città al mondo dove l’innovazione tecnologica si è così evoluta al punto da riscrivere completamente la vita, le abitudini e le interazioni sociali dei suoi cittadini. Con le meraviglie della rivoluzione digitale sono aumentati però anche i rischi, e “l’anima nera” di Cybercity è lo spregiudicato e assetato di potere, Asterio Taur, Ceo della omonima Taur Corp, assurto al rango di governatore grazie all’uso criminale della rete e dei sistemi infrastrutturali della città. Toccherà ai giovani agenti Tes e Diana, del Cybercity Security Department (CSD), provare a mettere in sicurezza la città e sconfiggere Taur con l’aiuto dell’assistente olografica Ar.i.a.n.n.a. (Artificial intelligence & augmented neural network assistant). L’uscita dal labirinto coinciderà con la restituzione della libertà digitale a tutti i cittadini di Cybercity.

Una battaglia da combattere con l’intuizione, la conoscenza e prototipi di armi cibernetiche

Il gioco, pensato soprattutto per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado, ha un’interfaccia molto intuitiva. I giocatori, riporta Agi, armati di Kit, Zainetto per gli oggetti raccolti in scena e Arsenale per le armi, devono superare le sfide lanciate nei vari quartieri della città e vincere delle quest, alcune obbligatorie e altre facoltative, risolvendo vari enigmi attraverso mini-game. Si tratta di un’avvincente battaglia da combattere con l’intuizione, la conoscenza e prototipi di armi cibernetiche per neutralizzare i “cattivi”, Mr. Spam, Rambot, Fisher, Troll, H4t3r, Flamer, Rocky Zoom, e dribblare le minacce disseminate lungo i vicoli della città-labirinto.

Obiettivo, creare una relazione tra didattica e nuove tecnologie

L’obiettivo di Cybercity Chronicles, spiegano gli ideatori, è quello di “creare una relazione tra didattica e nuove tecnologie: far appassionare il giocatore al videogioco, coinvolgendolo nell’avventura, trasmettendogli nozioni e informazioni utili alla sua crescita culturale e digitale”. Non a caso all’interno del game si trova anche un Cyberbook, un glossario per familiarizzare con i principali termini utilizzati nel mondo della cybersecurity.


Insider threat, quando la cyber minaccia arriva dall’interno

Attacchi che sfruttano i privilegi di accesso ai dati interni di un’organizzazione e ai suoi sistemi informatici: sono gli insider threat, minacce che arrivano dall’interno dell’azienda e che spesso vengono individuate solo diversi mesi, o addirittura anni, dopo che si sono effettivamente verificate, rendendo significativo il loro effetto potenziale su un’organizzazione. Il 20% degli incidenti legati alla cyber security e il 15% delle violazioni dei dati analizzati provengono infatti da soggetti interni all’organizzazione. E i maggiori fattori scatenanti sono il profitto finanziario (47,8%), ma anche il puro divertimento (23,4%).

Spesso le aziende sono restie a intraprendere azioni contro i dipendenti

La conferma arriva dai dati contenuti nel Data Breach Investigations Report 2018 (Dbir), l’Insider Threat Report di Verizon, il fornitore di soluzioni avanzate di comunicazioni e Information Technology. Tuttavia, secondo gli esperti di Verizon, per molte organizzazioni le minacce interne rimangono un argomento tabù. Secondo lo studio le aziende si mostrano troppo spesso restie a riconoscere, segnalare o intraprendere azioni contro i dipendenti divenuti una minaccia per la loro organizzazione. Come se una minaccia interna fosse una macchia sui loro processi di gestione e sul loro nome, riporta Askanews da fonte Cyber Affairs.

Le cinque personalità che possono minacciare un’azienda

Particolare attenzione, evidenzia lo studio, è stata dedicata ai diversi tipi di minacce interne, inquadrate all’interno di specifici casi di scenario provenienti dal bagaglio di casi investigativi di Verizon. Queste sono state inquadrate all’interno di specifici casi di scenario provenienti dal bagaglio di casi investigativi di Verizon, che vanno dall’individuazione (e convalida), alla risposta e all’indagine, e poi alle lezioni apprese (misure correttive).

Inoltre, sono state individuate cinque personalità che possono minacciare un’azienda dall’interno: il lavoratore distratto, l’agente infiltrato, il dipendente insoddisfatto, la risorsa interna malintenzionata, e la terza parte incompetente.

“Violazione dei dati e attacchi alla sicurezza non sono stati presi sul serio”

“Per troppo tempo la violazione dei dati e gli attacchi alla sicurezza informatica interni sono stati tralasciati, e non sono stati presi sul serio”, commenta Bryan Sartin, executive director security professional services di Verizon.

Due fattori sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo di eliminare i cyber attacchi, sapere quali sono le risorse aziendali e chi vi ha accesso. Individuare e contenere le minacce interne richiede un approccio diverso rispetto alle attività relative alle minacce esterne. Il rapporto fornisce quindi anche consigli pratici e contromisure per aiutare le organizzazioni a implementare un Insider Threat Program completo, che dovrebbe comportare uno stretto coordinamento tra tutti i dipartimenti, da quello legale all’IT Security all’Hr, in modo da rispondere agli incidenti e gestire le investigazioni digitali forensi.


Nel 2019 il giorno di liberazione fiscale arriverà il 4 giugno

Il Tax freedom day, il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale, quest’anno è un po’ più lontano, e solo il prossimo 4 giugno gli italiani lo potranno “festeggiare”. Secondo il Ministero dell’Economia nel 2019 la pressione fiscale è destinata ad aumentare, e ad attestarsi al 42,3%, lo 0,4 in più rispetto all’anno precedente. In pratica, solo dopo più di 5 mesi dall’inizio del 2019 (pari a 154 giorni lavorativi inclusi i sabati e le domeniche), il contribuente medio italiano smetterà di lavorare per assolvere a tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.), e dal 4 giugno inizierà a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia.

Il Tax freedom day più “precoce” degli ultimi 25 anni? Il 24 maggio 2005

“Se consideriamo che la giornata lavorativa inizia convenzionalmente alle 8, ogni giorno ciascun italiano medio lavora per pagare le tasse e i contributi fiscali sino alle 11:23, vale a dire quasi 3 ore e mezza al giorno. Mentre gli rimangono solo 4 ore e mezza per “costruirsi” il reddito o la retribuzione netta”, sottolinea l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Guardando alla serie storica,

negli ultimi 25 anni il giorno di liberazione fiscale più “precoce” si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il Governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1%, e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale.

…e quello più in ritardo il 9 giugno 2012

Osservando sempre il calendario, quello più in ritardo, invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile) e nel 2013. Questo risultato così negativo, riferisce Adnkronos, si verificò perché la pressione fiscale raggiunse in quel biennio il record storico del 43,6% e, di conseguenza, quell’anno il giorno di liberazione fiscale si celebrò “solo” il 9 giugno.

“Nonostante i correttivi apportati in zona Cesarini con il maxiemendamento – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – la manovra di Bilancio del 2019 non ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Anzi, stando alle previsioni elaborate dal Ministero dell’Economia, la pressione fiscale per l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, dopo 5 anni in cui ciò non accadeva”.

“Nel 2019 potrebbe aumentare anche il peso delle tasse locali”

Oltre a questo, “va segnalato che con la rimozione del blocco dei tributi locali prevista dalla manovra c’è il pericolo che tornino ad aumentare anche il peso delle tasse locali, che erano bloccate dal 2016 – aggiunge Zabeo -. Senza contare che è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia, altrimenti dall’inizio del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi”


2018, l’anno più caldo in Italia

Questa estate abbiamo tutti sofferto l’afa, dal Nord al Sud dello Stivale, per lunghe settimane. Ora a conferma delle temperature bollenti arrivano pure le statistiche, che affermano che il 2018 si avvia a diventare per l’Italia l’anno più caldo da almeno due secoli. La stima provvisoria dell’anomalia della temperatura media in Italia, stando ai dati aggiornati fino al mese di ottobre compreso, configura il 2018 come l’anno più caldo di tutta la serie storica di dati controllati ed elaborati dall’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. “In base a studi che ricostruiscono il clima in un passato più remoto, si può affermare che in Italia l’anno in corso risulta essere l’anno più caldo da almeno 2 secoli circa”, rileva l’Istituto.

Cambia il cima? Arrivano eventi meteorologici estremi

“Nel quadro globale di mutamento climatico – continua l’Ispra – nel mese di ottobre l’Italia è stata teatro di una serie di eventi meteorologici estremi che hanno investito tutta l’Italia e che hanno determinato gravi conseguenze per la popolazione, l’ambiente e il territorio del nostro Paese. In particolare, il 19 ottobre una serie di eventi temporaleschi molto intensi ha colpito la Sicilia orientale, causando alluvioni e gravi danni alle abitazioni, alle strutture e al territorio di una vasta area, soprattutto in provincia di Catania”. L’elemento che ha creato maggiore impatto è stato dapprima il vento che il 29 e 30 ottobre ha soffiato costantemente con forte intensità dai quadranti meridionali. “Diverse stazioni meteorologiche della rete nazionale hanno registrato velocità del vento dell’ordine di 100 km/h con raffiche fino a circa 180 km/h in montagna (Monte Cimone) e tra 140 e 150 km/h sul mare (Capo Carbonara e Capo Mele). Localmente, le reti regionali hanno rilevato valori di velocità del vento anche superiori, con raffiche fino a più di 200 km/h”, segnala l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Mesi di piogge abbondanti

Le piogge sono cadute abbondantemente su quasi tutto il territorio nazionale, con tempi e intensità diverse nelle varie regioni. Le precipitazioni cumulate giornaliere più elevate sono state registrate nelle zone prealpine, con valori di oltre 400 mm in Friuli Venezia Giulia e di oltre 300 mm in Liguria, Veneto e Lombardia. Una sintesi di dati e informazioni meteo climatiche sugli ultimi eventi del clima in Italia è stata trasmessa dall’Ispra all’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Wmo), che sta curando la redazione del ‘Wmo Annual Statement on the Status of the Global Climate in 2018’.


Cybercrime in crescita: sarà sempre più “mirato”

In pieno sviluppo le violazioni dei sistemi informatici e nel futuro le offensive cyber potrebbero essere sempre più aggressive. I criminali informatici “stanno adottando nuove tecniche per colpire le loro vittime a un ritmo senza precedenti” e sono costantemente alla ricerca di “metodi per evitare il rilevamento” da parte delle forze deputate al contrasto di queste attività. L’allarme è contenuto nell’ultimo rapporto sul cyber crime dell’Europol, Ufficio Europeo di Polizia presentato nei giorni scorsi a Singapore e pubblicato dall’agenzia Askanews.

Non più solo attacchi random

In futuro il ransomware, il cosiddetto ‘virus del riscatto’ che blocca il funzionamento del computer fino a quando non viene versata la somma per riprendere il controllo del proprio device, in futuro sarà meno utilizzato. L’attenzione dei cyber criminali si sposterà da attacchi random a offensive sempre più mirate contro compagnie e società. Ci si aspetta un incremento dei malware, software che alterano il funzionamento del computer studiati anche per il mobile, visto il crescente utilizzo di dispositivi portatili. I cyber attacchi saranno, inoltre, sempre più difficili da rilevare, anche perché è in crescita l’uso di malware che non hanno bisogno dell’apertura di file per infettare un dispositivo. Insomma, lo scenario è davvero preoccupante e la possibilità di essere “attaccati” cresce con l’aumento dei dispositivi tecnologici.

Meglio pagare il “riscatto” che la multa?

Un altro punto riguarda il Gdpr, Regolamento Generale Protezione Dati Personali. Il nuovo regolamento Ue in tema di protezioni dati richiede che le violazioni siano segnalate entro 72 ore. I criminali potranno tentare di estorcere denaro alle organizzazioni violate. E anche se questo fenomeno non è nuovo, è possibile che le aziende hackerate preferiscano pagare un “riscatto” più piccolo a un cyber criminale per la mancata divulgazione rispetto alla multa che potrebbe essere imposta dalle autorità.

Proseguono le frodi in ambito finanziario

Proseguiranno ancora le intrusioni che hanno come scopo l’acquisizione illegale di dati per vari scopi – incluse le frodi finanziarie – così come gli attacchi DDos, Denial of Service ossia la negazione del servizio. In ambito finanziario, rileva l’Europol, i criminali continueranno ad abusare delle criptovalute, spesso utilizzando – ad insaputa della persona o dell’azienda colpita – la potenza di elaborazione delle macchine infette per estrarre la moneta virtuale. Intanto le attività di contrasto dell’Europol hanno riguardato anche altri reati noti da tempo ma non per questo meno pericolosi: skimming, frodi telematiche e pedopornografia


La tv liquida è una realtà consolidata

La tv è ancora il mezzo con la maggiore valenza informativa, sia per frequenza di accesso sia per importanza e attendibilità percepite. Ma le forme di accesso non tradizionali alla tv si sono affermate definitivamente. Tanto che il 2017  può essere ricordato come “l’anno della definitiva consacrazione della televisione liquida”. Così ha affermato Angelo Marcello Cardani, presidente Agcom, durante la Relazione annuale dell’Autorità  illustrata alla Camera.

Con una stima di circa 3 milioni di cittadini che guardano abitualmente la tv in streaming, e un numero 3/4 volte superiore che scarica abitualmente contenuti televisivi sui propri device, “la ‘tv liquida’ – sostiene Cardani – è ormai una realtà consolidata”.

“Radio e tv tradizionali manifestano importanti segni di tenuta”

“La televisione tradizionale manifesta comunque importanti segni di tenuta sia in termini di valore economico sia in termini di ascolti, con una audience media nel prime time serale stabilmente sopra i 25 milioni di contatti”, continua Cardani.

Anche la radio registra segnali di tenuta e consolidamento della sua posizione tradizionale. E questo sia in termini di ricavi complessivi (626 milioni di euro, -0,7%), sia in termini di audience.

I Big Data e il rischio monopolio

Secondo l’Agcom però è necessario interrogarsi sui rischi che comporta l’uso dei Big Data, sulla relativa possibilità di un ecosistema governato da poche grandi multinazionali, nonché sulla disciplina di mercati dominati dagli Over the top, come Google, Apple, Facebook e Amazon, riferisce Adnkronos.

Cardani ha poi ricordato come questi giganti del web “si impongono come monopolisti, anche quando la loro posizione non corrisponde perfettamente al modello consueto di chi controlla un mercato”. Se quindi le vecchie regole “ex post” appaiono inadatte alla disciplina di questi nuovi mercati, “dobbiamo chiederci se e in che misura si tratta di accompagnare la regolazione che verrà verso forme tecniche di disciplina delle grandi piattaforme digitali  – sottolinea Cardani – e verso un approccio ex ante alla regolamentazione del dato”.

Cresce la domanda di contenuti video online su rete fissa

Quanto alla banda larga, la crescente domanda di contenuti video online su rete fissa è alla base del sensibile incremento del consumo di banda e traffico dati (+30%). Se il consumo di dati da parte degli utenti è cresciuto del 48% circa nella telefonia mobile, in Italia crescono anche gli accessi a banda larga e ultralarga da rete fissa (+3,8% nel 2017), gli abbonati broadband su rete fissa aumentano di circa un milione e raddoppiano gli accessi ultrabroadband (da 2,3 a 4,5 milioni).