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La Dad è la nuova frontiera dell’istruzione superiore?

La didattica a distanza (Dad) è la nuova frontiera dell’istruzione. Il 72% degli adulti nel mondo pensa infatti che tra 5 anni l’istruzione superiore nel proprio Paese sarà condotta online almeno quanto di persona. Soltanto il 28% ritiene che le lezioni avverranno in presenza. Si tratta dei risultati del nuovo sondaggio globale di Ipsos per il World Economic Forum, che dimostra come di fatto una persona su quattro si aspetta che in futuro l’istruzione superiore sarà condotta solo o principalmente online.

Il 23% degli adulti pensa che tra cinque anni le lezioni saranno a distanza

Quasi un quarto degli adulti a livello globale (23%) ritiene infatti che tra cinque anni l’istruzione superiore nel proprio Paese sarà condotta interamente o principalmente online, mentre un’altra metà (49%) pensa che le lezioni saranno metà online e metà in presenza. In Arabia Saudita, India, Sud Africa, Malesia e Australia almeno tre adulti su dieci pensano che l’istruzione superiore si terrà solo o principalmente online. Soltanto una persona su dieci in Cile, Corea del Sud, Giappone e Perù ha lo stesso punto di vista.

In presenza o online? Le opinioni variano in base all’età

A livello globale, solo il 29% ritiene che l’istruzione superiore sarà erogata esclusivamente o per lo più in presenza, ma quasi la metà degli adulti intervistati in Cina in Giappone pensa che sarà ancora così, rispetto a solo un adulto su sei in Malesia, Australia e Brasile. Le opinioni sul modo in cui verrà condotta l’istruzione superiore in futuro variano leggermente in base all’età. Coloro di età compresa tra 50 e 74 anni sono meno propensi a pensare che si terrà interamente o principalmente online (19% contro 25% tra i 18 anni -34 e il 24% tra i 35-49 anni). A livello globale, le opinioni non variano molto in base al sesso o al livello di istruzione.

Divario tra i Paesi sul valore della didattica in presenza

Nei 29 Paesi considerati poco più della metà (53%) concorda sul fatto che l’istruzione superiore in presenza abbia il suo valore rispetto a circa un terzo (36%) che non è d’accordo. L’accordo è più alto in Cina (81%), Svezia (78%), Arabia Saudita (69%), India (68%), Paesi Bassi (64%), Malesia (63%), Singapore (62%) e Germania (61%). Al contrario, in Cile (59%), Italia (57%), Russia (51%), Brasile (51%) e Corea del Sud (51%), più della metà degli adulti intervistati ritiene che l’istruzione superiore in presenza abbia il suo valore. In Spagna e Stati Uniti sono rispettivamente il 48% e il 47%.

A livello globale, è particolarmente probabile che uomini, adulti di età compresa tra 50 e 74 anni (55%), e soprattutto laureati (59%), concordino sul fatto che l’istruzione superiore in presenza nel proprio Paese abbia il suo valore.


Lockdown, furti di dati personali sul web cresciuti del 26,6%

Nei primi sei mesi del 2020 in Italia gli utenti che hanno ricevuto un avviso di un attacco informatico ai danni dei propri dati personali sono aumentati del 26,6% rispetto al primo semestre del 2019. L’allarme arriva dalla prima edizione dell’Osservatorio Cyber realizzato da Crif, che evidenzia come il periodo di pandemia non abbia fermato le attività criminali degli hacker, al contrario. A causa di un più intenso uso del web da parte di una platea allargata di utenti durante i mesi del lockdown hanno trovato un maggior numero di occasioni per violare i sistemi e impossessarsi dei dati personali degli utenti. Dallo studio risulta inoltre che gli alert inviati relativi ai dati ritrovati sul dark web (ovvero gli ambienti web che non appaiono attraverso le normali attività di navigazione in Internet) risultano il doppio di quelli rilevati sul web pubblico.

Italia al sesto posto dei Paesi più colpiti

Scorrendo la classifica dei Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno del furto di email e password online, ai primi posti si trovano Usa, Russia, Germania e Francia, seguiti dal Regno Unito e dall’Italia, che occupa il sesto posto della classifica. Le fasce di età maggiormente colpite dai furti di dati personali sono quelle tra 31 a 40 anni e tra 41 a 50 anni, con una quota di utenti allertati per fascia pari rispettivamente al 35,7% e al 33,5%, seguite da quella da 51 a 60 anni, con una quota del 30,2%. Per quanto riguarda la suddivisione di genere, la maggior parte degli utenti che hanno ricevuto un alert sono uomini, mentre le donne rappresentano poco più di un terzo degli utenti allertati.

La maggior parte degli account sottratti riguarda siti di giochi online e streaming

La maggior parte degli account sottratti nel primo semestre 2020, il 73,2%, si riferisce ai siti di intrattenimento, soprattutto di giochi online e di streaming. Al secondo posto si piazzano quelli dei portali dedicati ai servizi finanziari (in particolare banking, piattaforme exchange di criptovalute o servizi di pagamento), con una quota del 18,7% del totale. Questa tipologia risulta particolarmente pericolosa, perché potrebbe comportare rilevanti perdite economiche per le vittime di furto, così come nel caso degli account di e-commerce, nei quali si verifica il 6,5% dei furti, riporta Askanews.

Indirizzi email, password, username e numeri di telefono sul dark web

Secondo quanto risulta dall’Osservatorio, inoltre, nel primo semestre 2020 i dati personali che prevalentemente circolano sul dark web, e necessitano di browser specifici o di ricerche mirate, e pertanto sono più vulnerabili, risultano essere gli indirizzi email individuali o aziendali, le password, gli username e i numeri di telefono. Questi preziosi dati di contatto potrebbero essere utilizzati per cercare di compiere truffe, ad esempio attraverso phishing o smishing. Non mancano però scambi di dati con una valenza finanziaria, come carte di credito e Iban.


Nel 2100 la popolazione italiana sarà dimezzata

Gli esperti dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme) alla School of Medicine dell’University of Washington dicono che la popolazione italiana, con già alle spalle il picco di 61 milioni di abitanti nel 2014, nel 2100 crollerà a circa 30,5 milioni. Entro il 2100 sui 195 Paesi del mondo protagonisti dello studio 183 non avranno tassi di fertilità abbastanza alti da mantenere le popolazioni attuali senza politiche di immigrazione liberale. Secondo il maxi studio pubblicato su The Lancet, per la popolazione mondiale si raggiungerà il picco nel 2064, a circa 9,7 miliardi. Poi comincerà l’inversione di tendenza, che a fine secolo farà scendere gli abitanti globali a quota 8,8 miliardi. Con 23 paesi, fra cui l’Italia, che vedranno ridursi le popolazioni di oltre il 50%.

Il Portogallo nel 2100 potrebbe contare 5 milioni di persone

Al contrario, si prevede che la popolazione del Regno Unito crescerà dai circa 67 milioni del 2017 a circa 71 nel 2100, con un’aspettativa di vita che da 81 anni del 2017 è destinata a salire a quasi 85 nel 2100. Fra i Paesi che vedranno dimezzarsi le popolazioni, riporta Adnkronos, figurano anche il Giappone (da 128 milioni a 60 milioni), o il Portogallo, che nel 2100 potrebbe contare solo 5 milioni di persone. Gran parte del previsto declino della fertilità riguarda in realtà i Paesi ad alta fertilità, in particolare nell’Africa sub-sahariana, dove i tassi dovrebbero scendere per la prima volta sotto il livello di sostituzione, da una media di 4,6 nascite per donna nel 2017 a 1,7 nel 2100.

Africa sub-sahariana, Nord Africa e Medio Oriente uniche regioni a crescere

Nel Niger, dove nel 2017 il tasso di fertilità era il più alto del mondo (le donne hanno partorito una media di 7 bambini), si prevede un crollo a circa 1,8 entro il 2100. Ma nel frattempo si prevede comunque che la popolazione dell’Africa sub-sahariana triplicherà nel corso del secolo, per via anche di fattori come il calo della mortalità. Il Nord Africa e il Medio Oriente sono l’unica altra regione che prevede una popolazione più ampia nel 2100. Ovviamente si tratta di previsioni, sensibili a cambiamenti enormi sollecitati da modifiche nei fattori in gioco.

Gli over 80 supereranno gli under 5 con un rapporto di 2 a 1

Le politiche di immigrazione liberale “potrebbero aiutare a mantenere la dimensione della popolazione e la crescita economica anche se diminuisce la fertilità”, affermano gli autori. Il nuovo studio prevede enormi cambiamenti anche nella struttura dell’età globale, con una stima di 2,37 miliardi di over 65 nel mondo nel 2100, rispetto a 1,7 miliardi di under 20. Gli over 80 supereranno gli under 5, con un rapporto di 2 a 1. Si prevede infatti che il numero di bambini di questa fascia d’età diminuirà del 41% (da 681 milioni nel 2017 a 401 milioni nel 2100), mentre il numero di persone di età superiore a 80 anni aumenterà di 6 volte (da 141 a 866 milioni).


I gusti letterari in digitale degli italiani durante il lockdown

Amazon.it rivela i gusti letterari in digitale dei clienti italiani durante i due mesi di lockdown, e presenta la classifica degli autori e dei titoli più gettonati. I risultati si riferiscono ai consumi culturali digitali dei clienti di Amazon.it nei mesi di marzo e aprile 2020, e riguardano gli autori più citati nelle domande ad Alexa, l’assistente vocale di Amazon, i titoli più ascoltati su Audible, oltre agli eBook più letti, disponibili su Kindle Store. E se nel 2019 Dante era capolista assoluto della classifica degli autori più citati nelle domande ad Alexa, l’interesse per le fiabe per bambini ora spinge Charles Perrault in prima posizione.

Perrault, Manzoni, Boccaccio i più chiesti ad Alexa

La curiosità dei clienti che utilizzano Alexa in Italia si è rivolta anche a tre giganti della letteratura italiana, Alessandro Manzoni, al 2° posto dopo Perrault, e Boccaccio, al 3°. Dante invece resta nella top 10, ma in quarta posizione.

Nella top 10 degli autori più richiesti ad Alexa negli ultimi due mesi compaiono anche i “classici” Antoine de Saint-Exupéry, i Fratelli Grimm, Gabriel García Márquez, Edmondo De Amicis, Giovanni Verga e Italo Svevo, riporta Askanews.

I titoli più ascoltati su Audible

I titoli più ascoltati in Italia negli ultimi due mesi attraverso Audible invece sono stati La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, I leoni di Sicilia di Stefania Auci, che mantiene invariata la sua seconda posizione già da un anno, e La casa delle voci di Donato Carrisi. Nel 2019, I leoni di Sicilia era preceduto da Harry Potter, la saga completa di J.K. Rowling, e seguito in terza posizione da La scomparsa di Stephanie Mailer, di Joel Dicker.

La celebre saga scaturita dalla penna di J.K. Rowling si conferma inoltre l’audiolibro più ascoltato di sempre su Audible, seguito in questo primato da I pilastri della terra (Ken Follet) e L’amica geniale, di Elena Ferrante.

Romanzi, libri motivazionali e fumetti in Top 10

Al vertice della top 10 dei titoli più letti in formato digitale durante il lockdown si posiziona il romanzo La ragazza della neve (Pam Jenoff), seguito da l’eBook Stai calmo e usa le parole giuste nel giusto ordine (P. Borzacchiello), e da Harry Potter e il Calice di Fuoco (J.K Rowling).

Al 4° e 5° posto entrano in classifica due fumetti, Diabolik | Celebrity Hunted – Caccia all’uomo (M. Gomboli ed E. Facciolo), e Le più belle storie del Rinascimento di Disney.

In sesta posizione debutta nella top 10 il libro motivazionale Come persuadere, influenzare e manipolare usando schemi di linguaggio (Steve Allen), seguito da Delitti Vaticani (A. Thomson) e da Racconti di Hogwarts (J.K. Rowling).

Chiudono la top 10 Il Pensiero positivo (Marcello Borelli), e il racconto Laurie, firmato Stephen King.


Acqua, italiani poco consapevoli dello spreco

L’acqua non è un bene illimitato, e questa consapevolezza dovrebbe guidare cittadini e aziende ad adottare nuove abitudini di consumo volte alla sua tutela e salvaguardia. Secondo il World Resources Institute lo stress idrico dell’Italia, ovvero il rapporto tra l’uso dell’acqua e l’approvvigionamento idrico, entro il 2040 rientrerà nella fascia critica alta, la quarta su 5. È bene quindi riflettere, specie in questo periodo costretti a casa, a come ridurre lo spreco idrico domestico. Come? Ad esempio applicando riduttori di flusso ai rubinetti, facendo la doccia invece del bagno, chiudendo il rubinetto mentre ci laviamo le mani o ci radiamo, e utilizzando lavatrice e lavastoviglie sempre a pieno carico.

Il consumo per uso civile di acqua in Italia è di 220 litri pro capite al giorno

L’Italia, purtroppo, in termini di spreco idrico resta indietro rispetto agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Quanto a spreco di acqua potabile registriamo il maggiore prelievo pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea, pari a 156 metri cubi per abitante nel 2015 (dati Istat). Finish ha realizzato con Ipsos una ricerca dalla quale emerge che la scarsa preoccupazione degli italiani per l’acqua nasce anche dall’errata percezione dei reali consumi di una famiglia. Si ritiene infatti che in media una famiglia consumi poco più di 100 litri al giorno, mentre in realtà il consumo per uso civile di acqua in Italia è di 220 litri pro capite al giorno.

Tra le tematiche ambientali è la meno “sentita”

A questi dati si aggiunge che, nonostante una sempre più diffusa consapevolezza di nuove e migliori pratiche utili a ridurne il consumo, i comportamenti dei cittadini italiani nei confronti della sua scarsità continuano a non essere correttamente indirizzati, riferisce Ansa. Dalla ricerca emerge poi che oggi solo 2 italiani su 10 pensano che la scarsità d’acqua sia già un problema. Tra le tematiche ambientali la scarsità d’acqua viene infatti legata alla stagionalità in specifiche zone del nostro Paese, e viene posta in secondo piano rispetto ad altri elementi, come la gestione dei rifiuti, l’inquinamento della plastica nei mari e l’inquinamento dell’aria.

Solo il 50% di chi ha la lavatrice la usa a pieno carico

Se nel 39% delle case italiane non è presente la lavastoviglie, dove lo è (61%) l’abitudine a lavare i piatti a mano è ancora molto diffusa.

L’utilizzo di questo elettrodomestico, rispetto al lavaggio a mano delle stoviglie, consente di ridurre ogni volta il consumo d’acqua da 122 litri a soli 12 litri. Non solo l’impiego della lavastoviglie, ma anche i comportamenti che accompagnano il suo utilizzo possono fare la differenza. Oggi ancora il 56% degli italiani sciacqua i piatti prima di metterli in lavastoviglie, sprecando fino a 38 litri d’acqua ogni volta. Inoltre, se la maggior parte degli italiani sa che si consuma meno acqua con la lavatrice a pieno carico, solo il 50% adotta questa modalità di lavaggio.


Covid-19, le misure adottate dalle aziende

Le conseguenze del Coronavirus, oltre ovviamente alla salute, riguardano molti ambiti della vita sociale, tra cui l’economia, le aziende e il mondo del lavoro.

Ma come reagiscono le aziende per contrastare l’emergenza da Covid-19 e gestire le ripercussioni della diffusione del virus sull’economia e l’organizzazione del lavoro? “Le aziende, in questi giorni concitati, hanno dovuto affrontare con senso di responsabilità la gestione dell’emergenza – spiega Isabella Covili Faggioli, presidente Aidp -. Abbiamo voluto così indagare le modalità con cui i direttori del personale hanno affrontato una simile situazione, gli strumenti che hanno messo in campo e la portata di tali azioni consapevoli che la sfida è tutt’altro che scontata”.

Dallo smart working alla sospensione totale delle attività di formazione in aula

Alla domanda posta dalla ricerca dell’Aidp, l’associazione italiana dei direttori del personale, quasi il 90% del campione afferma che nell’azienda in cui lavora sono state adottate misure per contrastare il Coronavirus, mentre il 7% afferma che non sono state adottate misure. Rispetto alle misure messe in atto, il 68% del campione afferma che la propria azienda utilizza lo Smart working, seguito dal 50% che ha previsto una sospensione parziale dei viaggi di lavoro, il 48% mette in atto misure precauzionali rivolte ai dipendenti che presentano sintomatologie influenzali, e il 48% la sospensione totale delle attività di formazione in aula, riporta Adnkronos.

Il 10% dei dipendenti è preoccupato

Tra le percentuali più basse, il 2% del campione afferma che la propria azienda ha attivato la sospensione totale di tutte le attività e la sospensione totale degli interventi tecnici (interventi a domicilio). Rispetto alla domanda Come hanno reagito i vostri dipendenti alle misure adottate?, il 57% dei rispondenti ha risposto positivamente, mentre il 10% con preoccupazione. Rispetto alla durata temporale delle misure adottate, poi, il 45% del campione afferma che a oggi non sono ancora in grado di prendere una decisione in base alle informazioni a disposizione, il 17% fino al 2 marzo, e solo il 2% oltre il 15 marzo.

Gestire i contatti con la Cina

Rispetto alla domanda Per la vostra attività produttiva avete contatti con persone provenienti dalla Cina o Paesi in cui il virus è fortemente diffuso (dipendenti e/o fornitori)?, il 31% dei rispondenti sostiene di avere contatti con persone provenienti dalla Cina o Paesi in cui il virus è fortemente diffuso, mentre il 64% afferma di non avere contatti. Il 64% dei rispondenti afferma che le proprie attività produttive e/o di servizio sono collocate prevalentemente solo in alcune regioni italiane, mentre il 36% in tutta Italia.

 


Attenzione al burnout, può causare disturbi cardiaci

Può capitare a tutti di sentirsi terribilmente stanchi, privi di energia, demoralizzati e irritabili. Ma quando iniziano a comparire anche altri sintomi, oltre a stanchezza ed esaurimento, è bene correre ai ripari, perché potrebbe trattarsi di burnout, una sindrome da stress associata dalla scienza anche al rischio di sviluppare un disturbo del ritmo cardiaco, la fibrillazione, potenzialmente mortale. A queste conclusioni è arrivato un ampio studio pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, una rivista dell’European Society of Cardiology (Esc), che indica nel burnout una delle cause dell’aritmia cardiaca.

Un esaurimento vitale causato da stress prolungato e profondo

“Questo esaurimento vitale, comunemente indicato come sindrome del burnout, è tipicamente causato da stress prolungato e profondo sul lavoro o a casa”, dice  l’autore dello studio Parveen K. Garg, dell’Università della California del Sud a Los Angeles. “I risultati del nostro studio fanno chiarezza sul danno che può essere causato nelle persone che soffrono di questa forma di esaurimento”, se non viene controllata. La fibrillazione atriale è la forma più comune di aritmia cardiaca. Si stima che 17 milioni di persone in Europa e 10 milioni negli Usa ne soffriranno entro il prossimo anno, con il relativo aumento del rischio di infarto, ictus e morte. Tuttavia, ciò che provoca la fibrillazione atriale non è ancora del tutto chiaro.

Un rischio maggiore di sviluppare fibrillazione atriale

Il disagio psicologico è stato suggerito come fattore di rischio per la fibrillazione atriale, ma studi precedenti hanno mostrato risultati contrastanti. Inoltre, fino a ora, l’associazione tra sindrome del burnout e fibrillazione atriale non era stata analizzata. I ricercatori quindi hanno esaminato oltre 11.000 soggetti in cerca di sintomi di burnout, indagando anche su aggressività, uso di antidepressivi e scarso supporto sociale. Li hanno poi seguiti per un periodo di quasi 25 anni per intercettare un eventuale sviluppo della fibrillazione atriale. Ebbene, i partecipanti con i più alti livelli di burnout avevano un rischio maggiore del 20% di sviluppare fibrillazione atriale nel corso del follow-up, rispetto a quelli con poca o nessuna evidenza di questo tipo di problema.

Aumento dell’infiammazione e maggiore attivazione della risposta fisiologica allo stress

Secondo Garg, probabilmente sono in gioco due meccanismi. “L’esaurimento è associato a un aumento dell’infiammazione e a una maggiore attivazione della risposta fisiologica allo stress del corpo – ha spiegato -. Quando questi due elementi vengono innescati in modo cronico, possono avere effetti gravi e dannosi sul tessuto cardiaco, che potrebbero alla fine portare allo sviluppo di questa aritmia”. Sono necessarie ulteriori ricerche per identificare azioni concrete da parte dei medici per aiutare i pazienti con burnout, ha affermato ancora Garg. Questa sindrome “aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, compresi infarto e ictus. Ora diciamo che può anche aumentare il rischio di sviluppare la fibrillazione atriale – ha aggiunto lo studioso – un’aritmia cardiaca potenzialmente grave”.

 


Mercato digitale italiano, +2,8% l’anno fino al 2021

Nel triennio 2019-2021 il mercato digitale italiano crescerà con un tasso medio annuo del 2,8%. Una percentuale derivante da incrementi del 2,5% (72.223 milioni di euro) nel 2019, del 2,8% (74.254 milioni) nel 2020, e del 3,1% (76.536 milioni) nel 2021. La proiezione per i settori dell’informatica, telecomunicazioni, contenuti digitali ed elettronica di consumo fa seguito a un 2018 già chiuso in crescita del 2,5%, e al quarto anno consecutivo di ripresa del mercato. Si accentuerà però lo scarto fra le dinamiche delle componenti più consolidate e più innovative, con le seconde stimate a tassi di crescita 10 volte più elevati. Le stime scontano però la continuità degli investimenti in reti di comunicazione ad alta capacità, dei programmi Impresa 4.0 e dei programmi di ammodernamento della PA del nuovo Piano Triennale.

“In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale”

È questo il quadro che emerge dall’edizione 2019 del rapporto Il Digitale in Italia, presentato da Anitec-Assinform, l’Associazione delle imprese dell’ICT aderente a Confindustria in collaborazione con NetConsulting cube.

“Si è innescato un processo virtuoso – commenta Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform -. La spinta delle componenti più innovative si autoalimenta sulla base di risultati concreti e si trasmette all’intero mercato, a partire dal software ai servizi. In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale, visto non più solo come fattore di efficienza, ma come leva strategica per innovare prodotti, servizi, modelli di business”.

Digital Enabler, tassi medi a +14,2% annui

A parte i servizi di rete, per il quali si attende la spinta del 5G, la progressione attesa per il medio termine è trasversale a tutti i comparti. Tra il 2019 e il 2021, Dispositivi e Sistemi cresceranno a un tasso medio annuo dell’1,9%, Software e Soluzioni ICT del 6,3%, Servizi ICT del 6,1%, e Contenuti e Pubblicità Digitale del 7,2%. Estraendo dai diversi comparti le componenti più innovative (Digital Enabler) si ha conferma della loro crescente rilevanza, poiché da qui al 2021 aumenteranno a tassi medi annui del 14,2% l’IoT, del 13,9% la Cybersecurity, del 22% il Cloud, del 14,7% l’ambito Big Data, dell’11,6% le Piattaforme per la gestione Web, del 9,1% il Mobile business, dell’11,8% i prodotti e le applicazioni Wearable. In fortissima crescita anche AI e Blockchain, pur con valori di partenza contenuti.

Settori di utenza, confermato il ruolo trainante di Banche, Industria, Distribuzione, Utility

“Per gli investimenti digitali sono previsti incrementi medi annui del 4,7% per le grandi imprese, del 3,8% nelle medie e del 2,1% nelle piccole – precisa Gay – e quest’ultimo dato è da correggere al rialzo con pragmatismo, con incentivi centrati non solo sulla bassa taglia dimensionale o la localizzazione, ma anche indirizzati ai progetti delle grandi aziende che puntano a integrare le piccole in ecosistemi collaborativi”.

Per quanto riguarda i settori d’utenza, da qui al 2021 si conferma il ruolo trainante di Banche (+4,8%), Industria (+5,2%), Distribuzione (+5,1%), Utility 5,1%), e Assicurazioni (+5,1%). E dovrebbe migliorare anche il trend del settore pubblico (+ 0,6% PA Centrale, + 1,3% PA Locale), scontando l’attuazione del Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2019-2021.


Stalkerware, i consigli per difendersi dallo spionaggio domestico

Lo smartphone ha a tutti gli effetti preso il posto della cara, vecchia agenda: in esso sono contenuti ricordi, informazioni, immagini e soprattutto un’infinità di dati sensibili. Insomma, racchiusa lì dentro non c’è solo la nostra vita digitale, ma anche molto, moltissimo della nostra vita reale. Ovvio che, con un simile patrimonio immagazzinato in un solo device, la privacy deve diventare un’assoluta priorità. Oggi, però, i nostri dati sono in pericolo: sta infatti prendendo sempre più piede il fenomeno dello stalkerware, ovvero lo spionaggio domestico. Si tratta di programmi che possono essere installati solo se si ha in mano il device, per accedere a messaggi, fotografie, social media, geolocalizzazione e registrazioni audio o video. Con un incremento del 93% delle incidenze rispetto al 2018, il nostro Paese è al secondo posto in Europa  tra i popoli “più spioni” con una maggiore predisposizione a voler controllare lo smartphone di parenti, fidanzati e perfino colleghi:lo rivela una ricerca condotta da Kaspersky , società di sicurezza informatica a livello globale.

Le dritte per non farsi spiare

E’ Wiko, società produttrice di smartphone, a fornire cinque indicazioni preziose per proteggere i nostri telefoni dai “guardoni” informatici. Innanzitutto, anche se sembra una banalità, vanno sempre scelte password complesse, composte da caratteri alfanumerici e simboli. Utilizzare la stessa password per tutti i device, o ancora la propria data di nascita o il nome di battesimo, non è davvero una buona idea. Con un po’ di impegno (e neanche tanto), chiunque potrebbe accedere ai nostri dati. La maggior parte dei telefonini oggi è dotato di fingerprint: ecco, il sensore di impronte digitali va attivato e utilizzato in abbinamento alla password complessa.

Attenzione a reti wi-fi e app

Occhio anche al wi-fi: le reti non protette sono sì comodissime, ma lasciano la “porta aperta” a potenziali criminali informatici. Meglio quindi usare connessioni non solo legittime, ma anche protette. E’ fondamentale anche prestare la massima attenzione alle app: una buona regola è quella di scaricare solo applicazioni dagli store ufficiali, così da non incappare in app fraudolente. Infine, leggere la policy sulla privacy: è questo un comportamento che non seguiamo quasi mai, invece andrebbe dedicato qualche minuto alle lettura per sapere quali autorizzazioni sono state concesse all’app appena scaricata. Insomma, se i nostri device sono a rischio la colpa è anche un po’ nostra, che spesso trascuriamo la nostra privacy per un eccesso di leggerezza. Salvo poi pentircene quando ormai è troppo tardi.


Giappone, Norvegia e Svizzera i Paesi con la reputazione più alta. Italia al top per cultura

La reputazione di un Paese si misura dai valori sociali che riesce a esprimere. E tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza sono fondamentali per ottenere una buona reputazione. Secondo l’ottava edizione del Country Index di FutureBrand, Giappone, Norvegia e Svizzera sono i Paesi con la reputazione più alta, mentre l’Italia recupera 4 posizioni e sale al 14° posto della classifica. La classifica del Country Index comprende i primi 75 Paesi per Pil nell’elenco della Banca Mondiale, e si basa sulle risposte di 2.500 intervistati relative a fattori quali Purpose (scopo) ed Esperienza, oltre a parametri quali cultura, business, turismo, qualità della vita e sistema di valori.

Tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza i parametri più importanti

Si tratta di una chiave di lettura che consente di comparare i Paesi con un Pil più basso con Nazioni tradizionalmente più forti, dando luogo a un ordine mondiale totalmente inedito. Nell’Index 2019 cresce l’importanza dei parametri tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza, considerati i misuratori più rilevanti nella definizione della “grandezza” di una Nazione. E secondo il nuovo Index gli Stati Uniti perdono 5 posizioni (12° posto) e il Regno Unito 7 (19° posto), entrambi i Paesi sono considerati perciò meno appetibili sia come destinazioni turistiche o mete di studio, ma anche per gli investitori, che ne mettono in discussione le politiche in quanto influenzano il sistema di valori.

Italia 46a per tutela ambientale e 44a per tolleranza

Nonostante le promesse relative a investimenti in innovazione e tutela ambientale, l’Italia al momento è ferma al 46° posto per la tutela ambientale. Dietro di noi c’è la Malesia che di recente ha assunto una netta posizione contro l’esportazione dei rifiuti provenienti dai Paesi occidentali. Più preoccupante per un Paese che fa affidamento sul turismo però è la 44a posizione occupata dall’Italia nel parametro relativo alla tolleranza. Nell’Index, l’Italia si colloca poi al 33° posto nel ranking Good for Business, dimostrando di avere un buon margine di miglioramento. Ed è al 37° posto nella classifica della tecnologia avanzata dietro la Slovacchia, giudicata più smart, e appena sopra al Sudan.

Italia al top per ricchezza del patrimonio artistico e cultura

Il Country Brand Index di FutureBrand esplora invece il concetto di Countrymaking come leva per potenziare il turismo e gli investimenti. E quest’anno l’Italia si conferma al 1° posto per la ricchezza dei punti di interesse storico, il patrimonio artistico e la cultura, riporta Ansa. Tuttavia, ha infrastrutture non sempre all’altezza della situazione, un rapporto qualità-prezzo giudicato poco conveniente, e manca di politiche concrete che impediscano alle città d’arte di trasformarsi in mete di un turismo poco rispettoso.

I Paesi che ambiscono a rafforzare la forza del proprio brand devono perciò necessariamente ottenere un punteggio elevato nel parametro relativo alla qualità della vita. Parametro in cui l’Italia è 28a, dimostrando anche in questo caso di avere ancora molto da fare