Assumere in estate rispettando le regole. I 5 errori da evitare

Durante il periodo estivo le assunzioni a tempo determinato subiscono un’impennata. E per le Pmi conoscere le regole del lavoro, e rispettarle, magari affidandosi a servizi di consulenza validi, è fondamentale per evitare di incorrere in rischi gravi per la propria azienda e la propria persona. Spesso l’imprenditore, soprattutto se a capo di una micro impresa, non volendosi impegnare con contratti formalizzati ingaggia personale in modo irregolare. Rischiando, tra le altre conseguenze, di non poter dare continuità al proprio lavoro.  Di seguito i 5 errori più gravi assolutamente da evitare nell’inserimento temporaneo di personale. Ovviamente, non solo in estate.

Lavoro nero e prestazioni occasionali

“Assumere” lavoratori “in nero” è l’errore più grave che si possa commettere: il datore di lavoro rischia pesanti sanzioni amministrative, e perfino la sospensione dell’attività d’impresa. In caso di infortuni sul lavoro, poi, la responsabilità in capo all’imprenditore è gravissima. Nel caso di rapporti di lavoro di durata limitata qualche imprenditore inoltre può essere attratto da collaborazioni autonome soggette solo alla ritenuta di imposta del 20%. Il vantaggio, solo apparente, è che la spesa del lavoro possa essere registrata nella contabilità aziendale. Il lavoratore così inserito non è comunque coperto dalle assicurazioni sociali, e la retribuzione pattuita potrebbe non corrispondere al salario previsto dai contratti nazionali. L’interruzione del rapporto di lavoro poi equivale a un licenziamento illegittimo.

Finti appalti a cooperative e Co.Co.Co non genuine

Il caso più subdolo di aggiramento delle norme sul lavoro è quello di fingere un appalto con un soggetto esterno, spesso una cooperativa, e ingaggiare personale utilizzandolo come si trattasse di lavoro interinale. L’imprenditore è allettato dal forte risparmio sul costo del lavoro, basato su retribuzioni irregolari e trucchi contabili da parte del finto appaltatore. In questo caso l’imprenditore e il falso appaltatore commettono insieme una serie di reati che vanno dalla somministrazione fraudolenta al caporalato. Quando invece l’imprenditore cerca di mascherare un rapporto di lavoro subordinato con uno para-subordinato il lavoratore che ricevesse una retribuzione inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro potrebbe richiedere le differenze maturate.

Contratti a termine fuori dalle regole del Decreto Dignità

Se l’imprenditore ha bisogno di un inserimento temporaneo in azienda il contratto a tempo determinato è la risposta più giusta. Va però considerato che il Decreto Dignità ha inserito vincoli stringenti da valutare con attenzione. La massima attenzione viene posta sulla motivazione, se non è il primo rapporto che si stipula con il dipendente (e si tratta quindi del cosiddetto rinnovo) il contratto deve essere motivato. La causa del contratto potrebbe essere sostitutiva (nel caso l’assunzione servisse per sostituire lavoratori in ferie), oppure stagionale (la stagionalità dovrebbe essere prevista da norme di legge o da contratti collettivi anche aziendali). In entrambi i casi la motivazione va ben esplicitata nella lettera di assunzione. L’assenza della specifica causale rende il contratto a tempo indeterminato.


Giappone, Norvegia e Svizzera i Paesi con la reputazione più alta. Italia al top per cultura

La reputazione di un Paese si misura dai valori sociali che riesce a esprimere. E tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza sono fondamentali per ottenere una buona reputazione. Secondo l’ottava edizione del Country Index di FutureBrand, Giappone, Norvegia e Svizzera sono i Paesi con la reputazione più alta, mentre l’Italia recupera 4 posizioni e sale al 14° posto della classifica. La classifica del Country Index comprende i primi 75 Paesi per Pil nell’elenco della Banca Mondiale, e si basa sulle risposte di 2.500 intervistati relative a fattori quali Purpose (scopo) ed Esperienza, oltre a parametri quali cultura, business, turismo, qualità della vita e sistema di valori.

Tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza i parametri più importanti

Si tratta di una chiave di lettura che consente di comparare i Paesi con un Pil più basso con Nazioni tradizionalmente più forti, dando luogo a un ordine mondiale totalmente inedito. Nell’Index 2019 cresce l’importanza dei parametri tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza, considerati i misuratori più rilevanti nella definizione della “grandezza” di una Nazione. E secondo il nuovo Index gli Stati Uniti perdono 5 posizioni (12° posto) e il Regno Unito 7 (19° posto), entrambi i Paesi sono considerati perciò meno appetibili sia come destinazioni turistiche o mete di studio, ma anche per gli investitori, che ne mettono in discussione le politiche in quanto influenzano il sistema di valori.

Italia 46a per tutela ambientale e 44a per tolleranza

Nonostante le promesse relative a investimenti in innovazione e tutela ambientale, l’Italia al momento è ferma al 46° posto per la tutela ambientale. Dietro di noi c’è la Malesia che di recente ha assunto una netta posizione contro l’esportazione dei rifiuti provenienti dai Paesi occidentali. Più preoccupante per un Paese che fa affidamento sul turismo però è la 44a posizione occupata dall’Italia nel parametro relativo alla tolleranza. Nell’Index, l’Italia si colloca poi al 33° posto nel ranking Good for Business, dimostrando di avere un buon margine di miglioramento. Ed è al 37° posto nella classifica della tecnologia avanzata dietro la Slovacchia, giudicata più smart, e appena sopra al Sudan.

Italia al top per ricchezza del patrimonio artistico e cultura

Il Country Brand Index di FutureBrand esplora invece il concetto di Countrymaking come leva per potenziare il turismo e gli investimenti. E quest’anno l’Italia si conferma al 1° posto per la ricchezza dei punti di interesse storico, il patrimonio artistico e la cultura, riporta Ansa. Tuttavia, ha infrastrutture non sempre all’altezza della situazione, un rapporto qualità-prezzo giudicato poco conveniente, e manca di politiche concrete che impediscano alle città d’arte di trasformarsi in mete di un turismo poco rispettoso.

I Paesi che ambiscono a rafforzare la forza del proprio brand devono perciò necessariamente ottenere un punteggio elevato nel parametro relativo alla qualità della vita. Parametro in cui l’Italia è 28a, dimostrando anche in questo caso di avere ancora molto da fare


Consumatori sempre meno fedeli ai brand: è l’effetto Disloyalty

Si definisce brutalmente effetto Amazon: è l’abbandono dei brand preferiti a favore di altri più convenienti, più nuovi o più appealing. E il fenomeno si diffonde su scala mondiale. A decretarlo è lo studio Disloyalty condotto da Nielsen su un campione di oltre 30.000 consumatori connessi a Internet in 64 Paesi del mondo. L’analisi mette in luce  che i consumatori globali sono attivamente alla ricerca di novità. Un ampia fetta del campione – ben il 42% – dice di provare nuovi prodotti/brand molto volentieri e quasi la metà (49%) – pur preferendo acquistare prodotti o servizi che già conosce  – qualche volta è intenzionata a sperimentare novità. Solo l’8% degli individui resta fedele alla propria marca, scegliendo di rimanere su un terreno percepito come sicuro.

Le differenze fra Ovest ed Est del mondo

Questo trend si verifica anche in Italia: il 35% dei consumatori dello Stivale ama provare nuovi prodotti e brand, e il 57% è disposto a provarli ogni tanto. In generale, i consumatori delle regioni asiatiche e del Pacifico hanno una maggiore propensione a questi episodi di infedeltà, che è poi il significato della parola Disloyalty:  il 47% di loro dichiara infatti di amare provare nuovi prodotti e brand. I consumatori del Nord America e dell’Europa sono invece i meno propensi ad abbandonare i propri brand preferiti (36% e 33% rispettivamente).

Nuovi rischi, ma anche diversificazione dell’offerta

“L’aumento dell’infedeltà nei consumi crea nuovi rischi, ma anche opportunità di diversificazione dell’offerta. Parte di questa infedeltà è riconducibile al cosiddetto effetto Amazon, che ha espanso le possibilità di scelta e creato una maggiore consapevolezza sui prezzi. Ma non solo. Anche la sempre maggiore convergenza tra online e offline cambia le logiche di relazione con i clienti. Le marche devono lavorare sui servizi correlati al prodotto, sempre più parte integrante di una relazione capace di sfuggire a una logica puramente price-based” spiega Christian Centonze, Food Industry Director di Nielsen in Italia.

Si cambia a favore di un migliore rapporto qualità/prezzo

Sono molteplici i motivi che spingono i consumatori a cambiare marca, e sono allineati in tutti i paesi del mondo. In prima battuta, la ragione dell’infedeltà è da attribuirsi al rapporto qualità/prezzo, riconosciuto dal 39% del campione quale fattore chiave nella scelta di un nuovo brand/prodotto. In seconda posizione, tra le ragioni del “tradimento”,  c’è la qualità superiore (34%), seguita dal dal prezzo (32%) e dalla convenience (31%). Al contempo solo il 28% dei consumatori è influenzato dalla notorietà e affidabilità di un brand. I dati sono ovviamente di massima e variano, anche in maniera sensibile, in relazione alle diverse categorie merceologiche.


Il capo perfetto: le 10 caratteristiche che deve avere (oggi)

Il buon capo di oggi non è il buon capo di ieri. Gli skills richiesti sono molto diversi nel 2019, e decisamente “raffinati” e inclusivi. Lontani, insomma, dal cliché del semplice bonus per far contenti i dipendenti. Ora ai manager si chiede di più, molto di più, e soprattutto serve una vision diversa. Lo spiega Roberto D’Incau, headhunter & coach, fondatore di Lang&Partners, una delle più note società di consulenza HR italiane, che ha fatto della diversity & inclusion un modo di essere e di intendere il business. Ecco, in 10 punti, quali sono le caratteristiche che un buon capo dovrebbe avere.

Attenzione alle persone

E’ fondamentale, un’attenzione vera, non solo cosmetica. “Vedo troppi executive unicamente orientati ai risultati di breve, poco strategici e poco attenti davvero al loro team. Alla lunga tutto ciò non paga, le aziende implodono perché i team di lavoro sono poco coesi e davvero motivati” dice D’Incau.

Capacità motivazionale

E’ la capacità di attivare non la motivazione estrinseca, fatta di bonus come l’auto che interessano ormai solo gli over 40 o over 50, ma quella intrinseca, fatta di una partecipazione quotidiana anche emotiva al progetto lavorativo. Un capo ispirante sa motivare e di conseguenza fa salire l’autostima del team.

Resilienza 

La resilienza è la capacità di adattarsi al cambiamento: è fondamentale, al cambiamento positivo e negativo, sapere ripartire e non perdersi d’animo, o non farsi travolgere dal successo del momento: sono due facce della stessa medaglia.

Velocità

Il mondo è velocissimo, e il business lo è altrettanto. E’ come navigare in un mare mai calmo, bisogna sapere essere veloci, senza però mai perdere la rotta.

Orientamento all’innovazione

“Spesso si pensa a un leader innovativo come a un genio alla Steve Jobs: in realtà un capo orientato all’innovazione è chi utilizza le tecniche e le metodologie giuste per agevolare il cambiamento, ‘annusando’ il nuovo che è nell’aria e avendo il coraggio di innovare in prima persona, e di far innovare il proprio gruppo” spiega d’Incau.

Creazione del consenso

Sapere creare il consenso è più importante che essere carismatico: molti capi corrono il rischio del  “falso consenso”, quando si pensa di avere il gruppo con se e invece non c’è; bisogna sapere portare il team a guardare nella stessa direzione, accogliendo il dissenso quando serve. Se non c’è vero consenso non c’è azione.

Attenzione alle diversity

Valorizzare le diversity è fondamentale sia per far star bene le persone che lavorano in un gruppo, sia per valorizzare la capacità di innovare che è funzione diretta del livello di diversity di un leadership team: più un team è “diverso”, non omogeneo, più il fatturato legato all’innovazione sale. E’ dimostrato.

Capacità di ispirare

Sapere ispirare fiducia è fondamentale, così come portare il team a condividere davvero il proprio progetto. In generale, le persone fanno un po’ fatica a fidarsi davvero dell’azienda per cui lavorano e dei capi che li guidano: un capo ispirante è come un condottiero in cui l’esercito crede.

Essere visionario

Avere una visione, sapere dove andrà l’azienda nel medio lungo periodo, guardando oltre il presente: non è da tutti, è sicuramente molto importante. Un capo non visionario vive con un orizzonte di breve, pensa a un anno da oggi, e ai propri bonus (troppo spesso). L’azienda però senza un capo visionario non va da nessuna parte.

Concretizzare i progetti

Anche se potrebbe apparire una competenza opposta a quella precedente, in realtà è il suo complementare. Un capo può essere visionario, ma se non riesce a mettere a terra i progetti, con il supporto del suo leadership team, resta un sognatore. Ci vuole molta concretezza, oggi più che mai, perché con la velocità del business che viviamo c’è il rischio di lasciare le cose incompiute, per inseguire la prossima, senza avere concluso nulla di buono.


Arriva Cybercity Chronicles, il videogame creato dal Dis di Palazzo Chigi

Un videogioco che rivisita il mito di Teseo e Arianna in chiave cyber e lo trasforma in un’App di edutainment. Ideato dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) della Presidenza del Consiglio, in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Cybercity Chronicles nasce per incoraggiare un uso corretto e consapevole di Internet, dei social media e delle nuove tecnologie. Il gioco infatti è stato sviluppato nell’ambito della campagna Be Aware Be Digital promossa dalla Sicurezza nazionale e volta a sensibilizzare gli studenti, ma anche i docenti e le famiglie italiane, verso un utilizzo positivo del web.

L’app è scaricabile gratuitamente dai principali store online, ed è fruibile da tablet e smartphone con i più diffusi sistemi operativi.

Il mito di Arianna e Teseo in chiave action adventure

Cybercity Chronicles è una action adventure ambientata nell’annus domini 2088. Cybercity è la prima città al mondo dove l’innovazione tecnologica si è così evoluta al punto da riscrivere completamente la vita, le abitudini e le interazioni sociali dei suoi cittadini. Con le meraviglie della rivoluzione digitale sono aumentati però anche i rischi, e “l’anima nera” di Cybercity è lo spregiudicato e assetato di potere, Asterio Taur, Ceo della omonima Taur Corp, assurto al rango di governatore grazie all’uso criminale della rete e dei sistemi infrastrutturali della città. Toccherà ai giovani agenti Tes e Diana, del Cybercity Security Department (CSD), provare a mettere in sicurezza la città e sconfiggere Taur con l’aiuto dell’assistente olografica Ar.i.a.n.n.a. (Artificial intelligence & augmented neural network assistant). L’uscita dal labirinto coinciderà con la restituzione della libertà digitale a tutti i cittadini di Cybercity.

Una battaglia da combattere con l’intuizione, la conoscenza e prototipi di armi cibernetiche

Il gioco, pensato soprattutto per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado, ha un’interfaccia molto intuitiva. I giocatori, riporta Agi, armati di Kit, Zainetto per gli oggetti raccolti in scena e Arsenale per le armi, devono superare le sfide lanciate nei vari quartieri della città e vincere delle quest, alcune obbligatorie e altre facoltative, risolvendo vari enigmi attraverso mini-game. Si tratta di un’avvincente battaglia da combattere con l’intuizione, la conoscenza e prototipi di armi cibernetiche per neutralizzare i “cattivi”, Mr. Spam, Rambot, Fisher, Troll, H4t3r, Flamer, Rocky Zoom, e dribblare le minacce disseminate lungo i vicoli della città-labirinto.

Obiettivo, creare una relazione tra didattica e nuove tecnologie

L’obiettivo di Cybercity Chronicles, spiegano gli ideatori, è quello di “creare una relazione tra didattica e nuove tecnologie: far appassionare il giocatore al videogioco, coinvolgendolo nell’avventura, trasmettendogli nozioni e informazioni utili alla sua crescita culturale e digitale”. Non a caso all’interno del game si trova anche un Cyberbook, un glossario per familiarizzare con i principali termini utilizzati nel mondo della cybersecurity.


Vino, un settore da 11 miliardi di fatturato

Un settore che conta circa 2 mila imprese industriali e un fatturato di oltre 11 miliardi di euro, l’8% circa dell’intero fatturato italiano del Food&Beverage.

Questi i numeri del vino secondo l’Industry Book 2019, lo studio condotto annualmente da UniCredit su tendenze e prospettive di sviluppo del comparto vitivinicolo nazionale. Un comparto dall’elevata propensione all’export: 6,2 miliardi sono infatti generati sui mercati esteri, il 54% del fatturato totale, soprattutto grazie a picchi di eccellenza registrati nei segmenti Dop/Igp e spumanti. Nel 2018 la produzione nazionale di vino è stata molto abbondante (50,4 milioni di ettolitri, +10,5% rispetto all’anno precedente), confermando l’Italia per il quarto anno consecutivo primo produttore mondiale di vino, con un contributo di circa il 17% dalla produzione mondiale.

Dop, Igp e Bio

Con 523 prodotti certificati l’Italia detiene il primato mondiale dei vitigni certificati IG (Dop e Igp), tanto che 1 vino certificato su 3 in ambito europeo viene prodotto in Italia (Francia seconda con 435 vini). Nel 2018, poi, il 68% del vino prodotto in Italia era Dop o Igp (+3%), il primo cresciuto del 21,7% anno su anno (+23,4% rossi e +20,5% bianchi), e il secondo, in maniera più contenuta, del 2,5% anno su anno. Prosegue inoltre l’espansione della superficie dedicata alla coltivazione biologica della vite, il 16% dell’intera superficie nazionale. Alcune regioni italiane si stanno infatti specializzando proprio in questo tipo di produzione, come Calabria, Basilicata e Sicilia, la prima per ettari coltivati a viti Bio, riporta Askanews.

Usa, Germania e Regno Unito i primi tre mercati di sbocco

In terza posizione per consumi (oltre 22 milioni di hl, +0,9%) l’Italia detiene una quota del 19,8% del totale export in valore, con 6,2 miliardi di vendite sui mercati esteri. Gli Usa rimangono il primo mercato di sbocco, seguiti da Germania e Regno Unito. Questi 3 mercati insieme assorbono più della metà (53,6%) dell’export italiano globale. Tra i mercati di destinazione più in crescita rispetto al 2017, ci sono Francia (+10,1%), Svezia (+7,5%) e Paesi Bassi (+5,6%).

Cina, Canada, Usa, Giappone l’export del futuro

Nel 2020 i mercati più interessanti per l’export italiano di vini fermi saranno la Cina, dove si prevedono volumi di vendite in aumento dell’11,9%, il Canada (+6,5%) e il Giappone (+4,2%). Per gli spumanti si prevedono conferme per Canada, Usa e Cina, con stime di crescita rispettivamente del 18,4%, del 14,6% e del 12,2%. Stime al ribasso invece per la Germania, storico partner commerciale, per cui si dovrebbe assistere a una contrazione dei consumi (vini fermi -0,1%, spumanti -0,8%).


Insider threat, quando la cyber minaccia arriva dall’interno

Attacchi che sfruttano i privilegi di accesso ai dati interni di un’organizzazione e ai suoi sistemi informatici: sono gli insider threat, minacce che arrivano dall’interno dell’azienda e che spesso vengono individuate solo diversi mesi, o addirittura anni, dopo che si sono effettivamente verificate, rendendo significativo il loro effetto potenziale su un’organizzazione. Il 20% degli incidenti legati alla cyber security e il 15% delle violazioni dei dati analizzati provengono infatti da soggetti interni all’organizzazione. E i maggiori fattori scatenanti sono il profitto finanziario (47,8%), ma anche il puro divertimento (23,4%).

Spesso le aziende sono restie a intraprendere azioni contro i dipendenti

La conferma arriva dai dati contenuti nel Data Breach Investigations Report 2018 (Dbir), l’Insider Threat Report di Verizon, il fornitore di soluzioni avanzate di comunicazioni e Information Technology. Tuttavia, secondo gli esperti di Verizon, per molte organizzazioni le minacce interne rimangono un argomento tabù. Secondo lo studio le aziende si mostrano troppo spesso restie a riconoscere, segnalare o intraprendere azioni contro i dipendenti divenuti una minaccia per la loro organizzazione. Come se una minaccia interna fosse una macchia sui loro processi di gestione e sul loro nome, riporta Askanews da fonte Cyber Affairs.

Le cinque personalità che possono minacciare un’azienda

Particolare attenzione, evidenzia lo studio, è stata dedicata ai diversi tipi di minacce interne, inquadrate all’interno di specifici casi di scenario provenienti dal bagaglio di casi investigativi di Verizon. Queste sono state inquadrate all’interno di specifici casi di scenario provenienti dal bagaglio di casi investigativi di Verizon, che vanno dall’individuazione (e convalida), alla risposta e all’indagine, e poi alle lezioni apprese (misure correttive).

Inoltre, sono state individuate cinque personalità che possono minacciare un’azienda dall’interno: il lavoratore distratto, l’agente infiltrato, il dipendente insoddisfatto, la risorsa interna malintenzionata, e la terza parte incompetente.

“Violazione dei dati e attacchi alla sicurezza non sono stati presi sul serio”

“Per troppo tempo la violazione dei dati e gli attacchi alla sicurezza informatica interni sono stati tralasciati, e non sono stati presi sul serio”, commenta Bryan Sartin, executive director security professional services di Verizon.

Due fattori sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo di eliminare i cyber attacchi, sapere quali sono le risorse aziendali e chi vi ha accesso. Individuare e contenere le minacce interne richiede un approccio diverso rispetto alle attività relative alle minacce esterne. Il rapporto fornisce quindi anche consigli pratici e contromisure per aiutare le organizzazioni a implementare un Insider Threat Program completo, che dovrebbe comportare uno stretto coordinamento tra tutti i dipartimenti, da quello legale all’IT Security all’Hr, in modo da rispondere agli incidenti e gestire le investigazioni digitali forensi.


Nel 2019 il giorno di liberazione fiscale arriverà il 4 giugno

Il Tax freedom day, il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale, quest’anno è un po’ più lontano, e solo il prossimo 4 giugno gli italiani lo potranno “festeggiare”. Secondo il Ministero dell’Economia nel 2019 la pressione fiscale è destinata ad aumentare, e ad attestarsi al 42,3%, lo 0,4 in più rispetto all’anno precedente. In pratica, solo dopo più di 5 mesi dall’inizio del 2019 (pari a 154 giorni lavorativi inclusi i sabati e le domeniche), il contribuente medio italiano smetterà di lavorare per assolvere a tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.), e dal 4 giugno inizierà a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia.

Il Tax freedom day più “precoce” degli ultimi 25 anni? Il 24 maggio 2005

“Se consideriamo che la giornata lavorativa inizia convenzionalmente alle 8, ogni giorno ciascun italiano medio lavora per pagare le tasse e i contributi fiscali sino alle 11:23, vale a dire quasi 3 ore e mezza al giorno. Mentre gli rimangono solo 4 ore e mezza per “costruirsi” il reddito o la retribuzione netta”, sottolinea l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Guardando alla serie storica,

negli ultimi 25 anni il giorno di liberazione fiscale più “precoce” si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il Governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1%, e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale.

…e quello più in ritardo il 9 giugno 2012

Osservando sempre il calendario, quello più in ritardo, invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile) e nel 2013. Questo risultato così negativo, riferisce Adnkronos, si verificò perché la pressione fiscale raggiunse in quel biennio il record storico del 43,6% e, di conseguenza, quell’anno il giorno di liberazione fiscale si celebrò “solo” il 9 giugno.

“Nonostante i correttivi apportati in zona Cesarini con il maxiemendamento – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – la manovra di Bilancio del 2019 non ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Anzi, stando alle previsioni elaborate dal Ministero dell’Economia, la pressione fiscale per l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, dopo 5 anni in cui ciò non accadeva”.

“Nel 2019 potrebbe aumentare anche il peso delle tasse locali”

Oltre a questo, “va segnalato che con la rimozione del blocco dei tributi locali prevista dalla manovra c’è il pericolo che tornino ad aumentare anche il peso delle tasse locali, che erano bloccate dal 2016 – aggiunge Zabeo -. Senza contare che è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia, altrimenti dall’inizio del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi”


In Lombardia nasce MADE, il competence center per l’Industria 4.0

È nato il MADE, il nuovo centro di rilevanza internazionale nel settore manifatturiero della Lombardia. Guidato dal Politecnico di Milano per aiutare le imprese ad affrontare la trasformazione digitale del piano Industria 4.0, il competence center sarà attivo dal prossimo settembre all’interno del Campus Bovisa. Il nuovo centro è frutto di una collaborazione tra le università di Milano, Bergamo, Brescia e Pavia, imprese e istituzioni. Il suo obiettivo è  formare più di 10.000 persone in tre anni erogare più di 86.000 ore-uomo di formazione, sviluppare più di 390 progetti e oltre 200 assessment digitali, coinvolgendo circa 15.000 aziende italiane, di cui l’80% Pmi.

Più di 2000 mq e 22 milioni di finanziamento

Con una superficie prevista di oltre 2000 mq, sviluppati nell’area del Campus Bovisa – Durando del Politecnico di Milano, il nuovo centro sarà organizzato a isole multifunzionali, dove 39 imprese mostreranno ad altre imprese, potenziali utenti o clienti, cosa è possibile fare con le nuove tecnologie. Ad esempio, riporta Ansa, un’isola mostrerà come progettare un prodotto con realtà aumentata, un’altra dove sarà possibile verificare come la robotica collaborativa può aiutare nei processi di assemblaggio, e un’altra ancora sarà dedicata alle tecnologie di Big data e Cybersecurity.

Il MADE potrà contare su un finanziamento triennale complessivo di 22 milioni di euro, di cui 11 provenienti dal Ministero dello Sviluppo Economico e 11 da privati, e di cui 14 destinati ad attrezzature e personale, e 8 a progetti di ricerca applicata e trasferimento tecnologico.

Lean manufacturing e movimentazione interna come abilitatori della fabbrica del futuro

Con l’ambizione di costituire un punto di riferimento nazionale e internazionale per le Pmi, la progettazione e la strategia di MADE è stata realizzata in funzione degli obiettivi strategici manifestati da molte regioni italiane ed europee in ottica Industria 4. L’utente del Competence Center avrà quindi a disposizione le più recenti tecnologie digitali per l’industria manifatturiera. E il lean manufacturing e la movimentazione interna troveranno spazio come abilitatori della fabbrica del futuro.

“L’università deve trasferire e stimolare l’innovazione”

“Il Politecnico è stato il collettore di quasi 40 partner industriali, quattro Università, il territorio, l’Inail e le istituzioni, perché l’università moderna è responsabile del territorio in cui è connessa, quindi, deve trasferire e stimolare l’innovazione”, sostiene il Rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta. L’ambizione del nuovo MADE è quella di “diventare un punto di riferimento nazionale – aggiunge Resta – ma anche di andare oltre confine, connettendo questo centro di innovazione con altri centri europei”.

Oltre a Inail e alle Università di Bergamo, Brescia e Pavia, MADE raggruppa 39 imprese partner, fra cui Adecco, Hitachi Rail, Hyperlean, IBM, e Siemens.


Avere successo con l’head hunter. I consigli degli esperti

Quali sono i comportamenti chiave per affrontare un colloquio con successo? Innanzitutto scegliere e affidarsi a professionisti specializzati. Ogni società di recruitment è strutturata in modo diverso, in funzione di precise nicchie di specializzazione, settori di riferimento, funzioni e seniority. Occorre quindi capire quali società seguono il mercato e il segmento di carriera in linea con le proprie ambizioni. Inoltre, i manager devono essere consapevoli del fatto che non basta avere una eccellente relazione con un head hunter e un profilo professionale di tutto rispetto per avere successo. Max Redolfi, Senior Partner di Page Executive, divisione boutique di PageGroup specializzata nella ricerca e selezione di top manager, propone un decalogo per creare una buona relazione con gli head hunter e superare i colloqui “a pieni voti”.

No alle candidature “a pioggia”

Evitare di rispondere a inserzioni non in linea, solo per tentare la sorte, o come scorciatoia per entrare in contatto col recruiter. La candidatura in risposta a una inserzione deve essere effettuata in modo mirato, e solo quando effettivamente si corrisponde alle caratteristiche richieste. Inoltre, evitare la candidatura spontanea. Se si viene contattati da un head hunter, poi, è conveniente non rifiutare mai un incontro conoscitivo, anche se non si è interessati alla posizione. Se si desidera mantenere la propria candidatura fresca nella memoria dei consulenti può essere utile seguire il loro profilo Linkedin o condividere informazioni di mercato interessanti e utili al loro aggiornamento.

Essere coerenti con la propria immagine social

La fase di selezione non si articola solo durante i colloqui. È importante per i manager essere attivi sui canali social di rilievo (LinkedIn e Twitter). Se si è degli utilizzatori passivi delle community è meglio dichiararlo apertamente, motivando le ragioni per cui è stata fatta tale scelta.

Ma è anche necessario fare in modo di sapere il più possibile sull’azienda che propone la posizione, comprendere se i valori dell’azienda sono in linea con i propri, informarsi sulla struttura interna. Oltre al sito web, ai social e alle newsletter aziendali è fondamentale quindi consultare i report annuali.

Puntualità, accuratezza e trasparenza

Anche nella fase del colloquio è necessario rispettare tutte le caratteristiche richieste a un manager: presentarsi con la massima puntualità, curare correttezza e accuratezza delle informazioni, non trascurare mai la chiarezza. Mostrare le competenze specifiche, ma non dimenticare di trasferire il carisma manageriale. Per fare colpo con il selezionatore descrivere come si applichino nel quotidiano attitudini come il problem-solving e la leadership.

E non “andare a braccio”. Il colloquio è sempre un momento di tensione, e la preparazione è fondamentale per un colloquio dal buon esito.

Ovviamente, non essere insistenti. Non è di alcuna utilità mostrarsi offesi o insoddisfatti se non si viene considerati fra i candidati finali, o si viene scartati. Piuttosto, discutere le motivazioni che hanno portato al fallimento, in modo da evitare gli stessi errori in futuro.