Scegliere un asciugamani elettrico: perché affidarsi ai professionisti

Per un’azienda, una comunità, una palestra ma anche un locale pubblico la scelta di installare un asciugamano elettrico nei bagni è una scelta vincente per diversi motivi. Innanzitutto si evita uno spreco di carta, con un netto beneficio per l’ambiente. Ancora, si evitano lunghe trafile burocratiche e perdite di tempo dovute al riassortimento dei rotoli di asciugamani in carta. Inoltre, si ha la certezza di avere dei bagni sempre in ordine, senza cartacce per terra o peggio buttate nei sanitari. Infine, se si scelgono i modelli di nuova generazione c’è anche un netto vantaggio in termini di risparmio energetico. Insomma, i benefici superano di gran lunga gli ipotetici svantaggi ma, anche in questo caso, vale sempre la regola di affidarsi a dei professionisti del settore.

Gli aspetti da considerare in fase di acquisto

Per avere la certezza di compiere un acquisto di qualità, conviene scegliere un fornitore specializzato. Come Mediclinics, azienda leader del settore che non solo commercializza asciugamani elettrici e molti altri dispositivi, ma li produce direttamente. Quindi, conosce alla perfezione ogni dettaglio di ciò che vende. Mediclinics  produce asciugamani elettrici da oltre 40 anni: nello stabilimento di Barcellona vengono realizzati in media circa 200.000 asciugamani elettrici l’anno, destinati a tutto il mondo. Controlli di qualità, standard moderni e certificazioni internazionali sono all’avanguardia, sia per la tutela della sicurezza sia per quella dell’ambiente.

Quale modello scegliere?

In catalogo ci sono un’infinità di modelli, per tutte le esigenze e tutti i budget. Il fiore all’occhiello è rappresentato da DualflowPlus, che racchiude la miglior tecnologia oggi possibile per un asciugamani elettrico. Di ultima generazione, si caratterizza per  4 lame d’aria, inserimento verticale delle mani, asciugatura superveloce e getto d’aria superpotente a 400 km/h. L’asciugatura è velocissima – bastano solo 15 secondi –  eppure il consumo energetico rimane decisamente basso. Ancora, questo modello è regolabile (la potenza del motore va da 19.000 a 30.000 giri) ed è particolarmente silenzioso. Come ulteriore sicurezza per il cliente, questi asciugamani vantano le principali certificazioni internazionali e soprattutto sono coperti da una vera garanzia e da un servizio ineccepibile e reale che prevede 24 mesi di garanzia standard e addirittura  30 mesi di garanzia per acquisti online dal sito.

L’importanza della corretta installazione

Un asciugamani elettrico deve essere innanzitutto sicuro, costruito seguendo le rigide normative europee e testato e autorizzato da enti terzi. Ma, oltre a ciò, va anche installato a regola d’arte e soprattutto a norma di legge. In prima battuta, siccome è un apparecchio elettrico, è bene collocarlo ad almeno 60 centimetri dai lavandini o da dove si trova l’acqua. In linea di massima, l’asciugamani deve essere posizionato a 130 centimetri da terra (per gli spazi destinati ai bambini le misure sono inferiori)  così come devono essere rispettate le indicazioni previste nel caso si installi in un bagno per disabili, che prevede il montaggio a 105 cm da l pavimento. In sintesi, perché tutto sia perfettamente funzionale, esteticamente bello e a norma, il consiglio è uno solo: affidarsi a chi il prodotto lo produce e lo conosce in ogni dettaglio.


E-commerce, consumatori disposti a spendere di più per aspettare meno

Più soldi a fronte di meno attesa. I consumatori online sono disposti a spendere di più in cambio di una consegna più rapida ed efficiente. È quanto emerge dall’indagine sui consumatori lombardi svolta dal servizio di consegna a domicilio per l’e-commerce Milkman. Secondo la ricerca, con una spesa di 2-3 euro in più sulla consegna il 41,4% dei consumatori vorrebbe ricevere quanto acquistato il giorno stesso dell’ordine, il 41,6% all’orario più comodo e il 43% alla sera o nel weekend. Insomma, a chi compra on line non piace aspettare nemmeno un minuto più del necessario e tantomeno non poter programmare il momento della consegna.

Obiettivo flessibilità e qualità della consegna

Utenti e-commerce a caccia di maggiore flessibilità e qualità nella consegna, quindi? La risposta sembra essere sì in Italia ma anche a livello globale, indicando un’importante evoluzione nell’atteggiamento dei consumatori online. Secondo una ricerca pubblicata da Dropoff, startup americana specializzata in consegne same-day, il 43% degli utenti americani che acquistano online si aspetta di trovare l’opzione di consegna same-day, percentuale che sale al 50% considerando i Millennials. Grande importanza è attribuita anche alla flessibilità, con il 54% delle richieste relativo alla possibilità di personalizzare giorno e ora della consegna.

Orari scomodi e lentezza le maggiori criticità

Come riferisce Askanews, per gli utenti italiani le criticità del servizio consegne sono soprattutto legate alla scomodità (per il 37%, con consegne effettuate quando si è assenti, in orari scomodi o non rispettati), alla sfiducia (indicata dal 29%, con corrieri che mentono dicendo di essere passati  e pacchi lasciati senza citofonare), alla lentezza (il 19%, differenza tra il giorno di consegna atteso e quello reale) e quindi al rischio (per il 15%, pacchi danneggiati o smarriti).

La consegna? Gli utenti la vogliono programmare

“Il 60% dei nostri clienti decide di programmare la consegna invece di accettare il giorno e la fascia che gli vengono proposti in modo automatizzato – dichiara Antonio Perini, CEO Milkman -. Considerando gli ultimi 3 mesi, il 33% degli utenti Milkman ha scelto la fascia di consegna sotto le 3 ore, il 20% ha scelto di ricevere il proprio pacco tra le 19 e le 22 (servizio serale) e il 20% ha richiesto una consegna in same-day”. La ricerca di Milkman è stata presentata a Milano durante la XIII edizione del Netcomm Forum, la due giorni dedicata all’e-commerce, al digital retail e alla digital transformation delle aziende organizzata al Mico.


Italia, penultima nella classifica europea per occupazione lavorativa

Nella classifica europea relativa all’occupazione lavorativa non facciamo una bella figura. L’Italia, infatti, è in penultima posizione, seguita solo dalla Grecia. Insomma, non c’è di che essere fieri. I dati, che arrivano dalle rilevazioni Eurostat, segnalano che in Italia l’occupazione di uomini e donne in età lavorativa, dai 20 ai 64 anni, è la più bassa dell’Ue, dopo la Grecia. Sempre secondo l’Ente, l’occupazione nel nostro Paese nel 2017 è stata del 62,3%, in lieve rialzo dal 61,6% del 2016 ma ancora lontana dall’obiettivo per il 2020, il 67% (contro il 75% a livello Ue). Solo la Grecia in Europa ha meno persone in attività, il 57,8% nel 2017, ma ha aumentato di più il tasso rispetto al 2016, di 1,2 punti percentuali rispetto agli 0,7 italiani.

Percentuali più basse per gli uomini occupati, bassissime per le donne

Analizzando più nel dettaglio i numeri di Eurostat, lo scenario è per certi versi scoraggiante. Quel 62,3% dell’Italia che ci vede in fondo alla classifica è il frutto di due valori. Ovvero a fronte del 72,3% degli uomini che lavora (e anche questo è un numero inferiore della media Ue, il 78%), le donne occupate sono poco più della metà (52,5%), mentre la media Ue è del 66,5%, 14 punti percentuali in più. “Per tasso di occupazione si intende la percentuale di persone occupate in una popolazione nella stessa fascia di età; e per essere considerati ‘occupati’ basta aver lavorato, per un salario o per un profitto, durante una settimana per almeno un’ora, oppure essere stato temporaneamente assente da tale lavoro.” specifica l’agenzia AdnKronos.

Le differenze rispetto al resto d’Europa

In tutta l’Ue, il tasso di occupazione nel 2017 è stato in media del 72,2%, cioè quasi dieci punti percentuali in più dell’Italia, a fronte del 71,1% del 2016. L’obiettivo Ue è di raggiungere il 75% di occupazione nel 2020, obiettivo che è stato frazionato in singoli target nazionali. La Spagna, che secondo il Fondo Monetario Internazionale avrebbe superato l’Italia nel 2017 per Pil pro capite, ha un tasso di occupazione ancora basso, al 65,5%, ma più alto dell’Italia di oltre 3 punti percentuali, e che è cresciuto di più nel 2017 (+1,6 pp). La differenza non la fanno gli uomini, che lavorano meno (71,5%) degli italiani (72,3%), ma le donne: il 59,6% delle spagnole tra i 20 e i 64 anni è occupata, contro il 52,5% delle italiane


Lombardia, regione “regina” delle imprese di ecommerce e portali web

In Lombardia si concentra la maggior parte delle imprese attive nei settori del commercio online e dei portali web. Lo rivela una recente elaborazione della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese 2017, 2016 e 2012. Entrando nel merito dei numeri, in regione sono ben 3.629 le imprese di questo tipo, su un totale di 19.303 in Italia. Tradotto in percentuali, significa che il 18,8% delle attività di commerce e web, a livello nazionale, si concentra in Lombardia. Interessante anche il trend di crescita: sono infatti aumentate del 8,1% in un anno e del 71,3% in cinque anni. Oltre 3 mila si occupano di e-commerce mentre sono 580 i portali web. Da sola la Lombardia raccoglie il 23,9% degli addetti del settore, quasi 7 mila su oltre 28 mila.

Milano la più attiva su web

In questo ambito, Milano è prima nel Paese con 1.718 imprese e quasi 5 mila addetti (+8,5% in un anno e +78% in cinque anni) seguita da Roma con 1.701 imprese e circa 2.500 addetti e Napoli con 1.312 imprese e 1.800 addetti. In Lombardia dopo Milano, vengono Brescia (398 imprese e oltre 400 addetti), Bergamo e Monza Brianza (313 imprese e 400 addetti ciascuna). Tra chi cresce di più Sondrio (+42% in un anno e +125% in cinque) e Cremona (+12,8% in un anno e +37,5% in cinque).

Dalla Camera di Commercio le riassegnazione dei domini e le linee guida

Un altro dato interessante riguarda la gestione delle procedure di riassegnazione dei nomi a dominio .it presso il Registro .it, l’anagrafe dei domini internet .it. Attualmente sono oltre 150 le richieste depositate presso la Camera Arbitrale di Milano, azienda speciale della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, unico ente pubblico accreditato per queste procedure.

Sempre in Camera di Commercio arriva una sola di decalogo per muoversi correttamente con la contrattualistica nel web. Casi di limitata certezza circa il momento di conclusione del contratto, chiarezza e precisione delle informazioni precontrattuali e degli aspetti specifici relativi al pagamento, fori competenti a volte poco agevoli per il consumatore, testi contrattuali che rimandano a normative di Paesi stranieri, e in alcuni casi una traduzione superficiale dei contratti redatti in lingua straniera: sono alcune delle criticità rilevate nel parere sui contratti online della Camera di commercio. Dieci punti tecnici e giuridici (conoscenza legale di base e corretta percezione degli adempimenti giuridici necessari, attivazione e valorizzazione della piattaforma informatica e del sito web, chiarezza delle informazioni, delle clausole contrattuali e delle condizioni generali di vendita, attenzione alla corretta indicazione del prezzo e ai costi nascosti per il consumatore, trasporto e spedizione della merce, pagamenti, privacy dei dati, mobile e tablet, post-vendita e feedback dei clienti, fiducia) su normativa del settore, vantaggi e opportunità per le imprese sono contenuti nel vademecum “L’impresa e l’ingresso nel commercio elettronico” per aiutare imprenditori ed aspiranti tali che vogliono lavorare nel settore del commercio online ad evitare alcuni degli errori più comuni.


Debutta l’app che ti ricorda “che devi morire”

Detto così, alla Savonarola, “Ricordati che devi morire” sembra una minaccia senza appello. Fermo restando che il messaggio è verissimo, e purtroppo valido per tutti, non è certo foriero di sorrisi e di allegria. Eppure, l’obiettivo della nuova applicazione è far scoprire, o riscoprire, la bellezza della vita. Non solo digitale, ma soprattutto reale.

Da Molière all’app

“Si muore una sola volta, e per così tanto tempo” diceva Molière. Adesso ce lo ricorda anche una nuova app, battezzata WeCroak e sviluppata da KKIT Creations LLC. L’applicazione, che costa 0,99 cent, è disponibile sia per dispositivi Android sia iOS e ha uno scopo ben preciso: “vuole spingerci a riflettere sulla morte per vivere meglio”, segnala l’agenzia di stampa Adnkronos. O meglio, per “trovare la felicità riflettendo sulla mortalità”.

Cinque frasi al giorno per riflettere

Entrando nel merito delle funzionalità di questa applicazione così bizzarra, la prima domanda che viene in mente è: cosa fa? WeCroak  invia sullo smartphone cinque frasi – sempre cinque – ogni giorno. Leggendole, il destinatario viene invitato a fermarsi e a riflettere sulla morte. I messaggi inviati dall’App non hanno orario fisso, e sono distribuiti durante il giorno, a caso, fra le 7 del mattino e le 10 di sera.

La pratica arriva dal Bhutan

Questa tecnica, si legge sul sito dell’applicazione, è basata su una credenza che proviene dal Bhutan secondo la quale, per essere una persona felice, basta dedicare cinque volte al giorno un pensiero alla morte, riflettendo su noi stessi. A dire la verità, si tratta di una prassi molto simile a quella seguita da diversi paesi e discipline orientali, che dedicano molto più tempo alla spiritualità rispetto a noi occidentali. Meditazione e yoga, ad esempio, ne sono una dimostrazione pratica entrata a far parte delle nostre convulse vite.

Una notifica annuncia ognuno dei cinque messaggi

All’arrivo della notifica sul proprio smartphone, l’app mostrerà la frase di un poeta, un filosofo o pensatore sul tema. A quel punto, si viene invitati a dedicare qualche istante alla meditazione attraverso un respiro cosciente e profondo.

Obiettivo felicità attraverso la contemplazione

“Una contemplazione regolare della morte può aiutare a stimolare il cambiamento necessario, accettare ciò che dobbiamo, lasciare andare le cose che non contano e onorare le cose veramente importanti” si legge infine sul sito. Non resta da dire… chi vivrà, vedrà se la app avrà successo e se, soprattutto, contribuirà a rendere le persone più felicemente consapevoli.


Internet: 4 miliardi di persone nel mondo collegate nel 2017

Circa la metà della popolazione mondiale è connessa a Internet. Nel 2017, infatti, il numero degli internauti ha toccato i 4 miliardi di unità. La cifra è il frutto dal rapporto Digital in 2018 di We Are Social, che ha raccolto i dati di 239 paesi: negli ultimi 12 mesi, le persone collegate alla rete sono cresciute del  7%, toccando i i 4,021 miliardi, pari al 53% della popolazione mondiale.

Connessione via mobile

Un altro trend particolarmente significativo è che l’utilizzo dei social media è cresciuto a livello globale del 13% nell’ultimo anno e ha raggiunto i 3,2 miliardi di persone. L’uso dei social media da mobile – smartphone e tablet – è aumentato del 14% su base annua a 2,96 miliardi di persone, con il 93% degli utenti che accede direttamente da dispositivi mobili.

In Italia 43 milioni in rete

E nel nostro Paese? Il rapporto fa una fotografia di una nazione iperconnessa. Circa tre quarti della popolazione dello Stivale, infatti, utilizza la rete mentre la metà usa regolarmente i social media. Nel 2017 gli internauti italiani hanno raggiunto la cifra di 43 milioni, ovvero 4 milioni in più rispetto al 2016, pari a +10%. Appassionati di social media sono 34 milioni di italiani, con una crescita di 3 milioni rispetto al 2016.

Quanto tempo connessi?

La rete ha doppiato la televisione. I nostri connazionali stanno quotidianamente 6 ore online, esattamente il doppio del tempo trascorso a guardare la tv. Di questo monte ore, ben 2 sono utilizzate ogni giorno per curiosare o postare sui social, che si confermano sempre più protagonisti dell’esperienza online.

I trend del 2018

Per quanto riguarda l’anno appena iniziato, gli analisti prevedono a livello globale che il trend proseguirà. Tradotto in numeri, significa che nel 2018 gli internauti trascorreranno complessivamente in rete circa un miliardo di anni. Di questi, 325 milioni di anni verranno spesi sui social media.

L’evoluzione dell’e-commerce

Ovviamente, simili dati non possono non avere ricadute sui comportamenti di acquisto online. Nel 2017, sono state 1,77 miliardi le persone che hanno effettuato un acquisto in uno store online. Questa tipologia di canale distributivo, nel corso del 2017, ha infatti registrato un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. Per avere il peso del comparto, basti pensare che solo negli Stati Uniti, nel 2017, sono stati investiti complessivamente 1,474 miliardi di dollari in piattaforme per l’e-commerce. Rispetto al 2016, si è registrato un aumento a doppia cifra delle vendite online, pari al +16%.


Falla nei processori: computer a rischio?

Il 2018 si è aperto con una notizia che ha fatto drizzare i capelli in testa alla maggior parte degli smanettoni (e non solo) di tutto il mondo. Ci sarebbe infatti una falla di sicurezza nei processori delle principali aziende produttrici – Intel, Arm e Amd – e che in teoria potrebbe esporre a gravi rischi tutti i computer e i dispositivi mobili. Tra i pericoli maggiori, come sempre, spiccano i possibili furti di identità, password e dati sensibili.

La scoperta dai cervelloni di Google Project Zero

La falla è stata individuata dai ricercatori del Google Project Zero, che hanno informato i costruttori e gli sviluppatori dei sistemi operativi (Microsoft, Apple, Linux). Lo riporta l’Ansa.

Le dichiarazioni di Intel

Secondo Intel, che ha espresso il suo parere attraverso un comunicato, tale vulnerabilità “non ha il potenziale di corrompere, modificare o eliminare dati”.

La parola agli esperti italiani

“La vulnerabilità è probabilmente la più grave di questi ultimi anni. Prevedo un impatto superiore a quanto affermano le cronache internazionali e le aziende coinvolte”, ha dichiarato all’Ansa Raoul Chiesa, esperto di cyber security, membro del Consiglio Direttivo dell’AIIC, l’Associazione Italiana Esperti Infrastrutture Critiche. “I rischi non riguardano solo password, foto, pc e smartphone, ma anche l’Internet delle cose, le smart tv, le auto di nuova generazione tra cui nuovi modelli di Bmw, Audi, Chrysler, Ford, Honda, Mazda, Opel e il settore gaming”.

Due pericoli distinti: Meltdown e Spectre

A dirla tutta, le falle individuate dai cervelloni sono ben due. La prima, battezzata “Meltdown”, interessa Intel ed è stata individuata in modo indipendente da tre gruppi di ricercatori (il Politecnico austriaco di Graz, la società tedesca di sicurezza informatica Cerberus e il Project Zero di Google), mentre la seconda, “Spectre”, coinvolge sia Intel sia Arm e Amd, ha due varianti ed è stata svelata dal team di Google. Entrambe riguardano la cosiddetta “esecuzione speculativa”, una funzionalità con cui i processori, per velocizzare le operazioni, cercano di intuire quale strada tra due possibili è più probabile che venga presa, iniziando quindi a eseguire i calcoli prima di ricevere le istruzioni. Stando sempre agli esperti, gli aggiornamenti di sicurezza per far fronte alle falle potrebbero rallentare tra il 5 e il 30% i processori Intel.

Aggiornamenti subito!

Nel frattempo gli aggiornamenti sono già arrivati. Microsoft ha rilasciato l’update per Windows 10 anche quello per le versioni più vecchie del sistema operativo. Apple ha rilasciato l’aggiornamento 10.13.2 di MacOS e ha annunciato miglioramenti nel 10.3.3, Google ha reso noto di aver aggiornato Android e Chrome OS.


Italiani al ristorante: uno su due è più attento alla pulizia che al cibo

Più che il menù vince l’igiene. Ecco, in estrema sintesi, quello che gli italiani sembrano apprezzare maggiormente nella scelta di un ristorante. Per identificare le leve che guidano i nostri connazionali nella scelta di un locale e soprattutto nelle decisioni di tornarci in futuro, arriva uno studio condotto da Astra Ricerche per conto di un’azienda leader nel Pest Control e nei servizi per l’igiene.

Pulizia l’aspetto vincente

Per pranzare o cenare fuori, gli italiani preferiscono la pulizia del locale (45,6%) alla qualità del cibo e delle bevande (28,6%) o agli standard del servizio (13,1%). A sorpresa il rapporto qualità/prezzo e la posizione del locale non sono fattori predominanti, confermato dal fatto che solo l’11,3% degli intervistati mette in primo piano la qualità vantaggiosa della loro esperienza, e solo un 1,3% l’ubicazione della location. I piaceri della gola, quindi, non prevalgono rispetto ad altri aspetti, l’igiene in primis: pochi italiani, soltanto il 18,4%, ritornerebbero in un locale poco pulito nonostante l’ottima cucina, e solo il 12,2% lo consiglierebbe ad un amico o conoscente.

Igiene sì, ma come e dove?

Ma quali sono i punti chiave espressi dagli intervistati quando si parla di igiene nei locali pubblici? Più del 75% degli italiani dichiara di ritenere inaccettabile la scarsa pulizia nelle aree di preparazione del cibo, il 70% non sopporta le stoviglie sporche, oltre il 66% salta sulla sedia per la presenza di capelli nel piatto e ben il 62% teme la presenza di insetti, soprattutto le donne (68%) e i giovani (18-24enni). Ben il 31,4% reputa irritante una scarsa pulizia dei servizi igienici o la presenza di cattivi odori (45%).

Italiani meno preoccupati per possibili intossicazioni

Anche se l’igiene ha un ruolo rilevante nella scelta degli italiani in fatto di locali pubblici, il timore di poter incappare in un’intossicazione alimentare non è poi così diffuso. Tra gli intervistati, solo il 37% afferma di valutare questo rischio quando mangia fuori casa. Il 65% dei nostri connazionali, invece, ha paura che nelle aree in cui si prepara e si conserva il cibo ci siano degli insetti.  Sul tema “insetti indesiderati” si dimostrano più sensibili le donne e i giovani. Il 73% delle donne e il 71% degli intervistati tra i 18 e il 24 anni risultano infatti preoccupati per la loro presenza nei locali. Un italiano su due tra i 25 e 35 anni si dimostra invece disponibile a chiudere un occhio in tal senso.

Locale sporco? Fioccano le recensioni negative

Se in un ristorante si incappa in sporcizia o peggio ancora in insetti, il 43% del campione afferma che racconterà la propria brutta esperienza ad amici e conoscenti e un ulteriore 35% annuncia che scriverà recensioni e commenti negativi sul web.


Investimenti pubblici, crollo verticale. Ma nel 2017…

Investimenti pubblici ahi ahi ahi, per citare una celebre pubblicità televisiva  di qualche anno fa. Almeno per quanto riguarda il nostro Paese, purtroppo. Dal 2005 al 2017, ha comunicato l’Ufficio studi della Cgia, la contrazione è stata del 20%; ma rispetto al 2009, la massima vetta registrata prima del tempo della crisi, la caduta è stata notevolissima:  -35%. In base ai dati registrati dagli analisti della Cgia, nessun altro indicatore economico ha visto una crollo percentuale tanto significativo.

Bruciati 18,6 miliardi di euro di investimenti

Tradotto in soldoni, in termini nominali questa pesante contrazione rappresenta una perdita di 18,6 miliardi di euro di investimenti in otto anni. Tuttavia, qualche buona notizia non manca, per fortuna. Rispetto al 2016 sembra che la tendenza si sia leggermente invertita. La Nota di aggiornamento del Def, resa nota in queste settimane, indica che nel 2017 l’ammontare complessivo della spesa per investimenti nel settore pubblico dovrebbe raggiungere i 35,5 miliardi di euro.

A livello territoriale le maggiori contrazioni sono al Nordest

Come riporta l’agenzia di stampa AdnKronos, a livello territoriale gli ultimi dati disponibili sono aggiornati al 2015 e includono anche quelli realizzati dal Settore pubblico allargato (Spa), ovvero dalle imprese pubbliche nazionali (Posteitaliane, Gruppo Ferrovie dello Stato, Terna, Aci, Gestore servizi elettrici, ecc.) e da quelle locali (Municipalizzate, Consorzi di Enti locali, etc.). Se tra il 2005 e il 2015 gli investimenti del Settore pubblico allargato in conto capitale sono diminuiti a livello nazionale del 23% (pari a -13,3 miliardi di euro), la ripartizione territoriale che ha registrato la contrazione più significativa, segnala ancora l’Ufficio studi della Cgia, è stata il Nordest che ha subito un “crollo” valutabile in 5,3 miliardi di euro (-37,4 per cento). Friuli Venezia Giulia (-51,1 per cento), Piemonte (-44,9 per cento) ed Emilia Romagna (-41,9 per cento) sono state le regioni che più hanno patito questa caduta libera.

L’unica area che “tiene” è il Mezzogiorno

Niente di buono anche sul fronte del Nordovest (-32,2%) e del Centro (-27,6%): entrambe le aree territoriali registrano cali decisamente consistenti. L’unica macro area che ha ottenuto risultati positivi è stata il Mezzogiorno (+419 milioni di euro pari al +2,7%). In un quadro certamente non roseo, alcune regioni del Sud Italia hanno visto delle buone performance: la Puglia (+20,3%), la Basilicata (+24,3%), la Calabria (+38,1%). Bene anche per l’Abruzzo (+57%), che ha però beneficiato degli interventi pubblici destinati alla ricostruzione post terremoto.


Televisori, addio? In calo le vendite di apparecchi TV

Fine di un amore fra italiani e apparecchi TV? Forse. Negli ultimi anni, infatti, il trend di vendita degli apparecchi televisivi è stato in discesa, come rivela un recente studio condotto dall’istituto di ricerca Gfk. Questi i numeri: un 10% di televisori in meno venduti nel periodo genio-luglio 2017 rispetto l’analogo periodo del 2016. E, tutto sommato, da noi le cose vanno anche bene: in Francia, sempre secondo la stessa società di ricerche., il crollo è stato addirittura  del 46%.

Anche se siamo ancora lontani dalla disaffezione, l’andamento delle vendite dell’elettrodomestico più amato dagli italiani parla chiaro: -12,2 per cento nel 2015, un lieve aumento nel 2016 (+3,7) probabilmente dovuto ai campionati di calcio, dicono gli analisti. E poi di nuovo giù. La bella notizia, se così si può dire, è che aumenta il prezzo medio dell’apparecchio acquistato: dai 364 euro del 2015 ai 370 del 2016, fino ai 387 del 2017. Non abbastanza per contrastare la contrazione del giro d’affari, sceso come le vendite: -11,4% nel 2015, poi +5,6 nel 2016 e -5,8 del 2017).

Pochi televisori, tanta televisione

“Il crollo delle vendite è l’effetto di quella che da anni chiamiamo la televisione in qualunque momento e ovunque” ha detto Romana Andò, sociologa della comunicazione alla Sapienza e coordinatrice con Alberto Marinelli dell’Osservatorio Socialtv. “La moltiplicazione degli apparecchi di accesso e degli operatori dei servizi fa sì che oggi si consumino più contenuti, ma non soltanto negli spazi domestici tradizionali e nei tempi canonici della visione”. Ovvero, adesso ci sono i grandi servizi di streaming a fornire contenuti di qualità a tutte le ore del giorno e della notte, spesso rilasciati in contemporanea sui principali mercati televisivi del mondo.

Ancora focolare o no?

Nel nostro immaginario, il televisore è l’apparecchio dove la famiglia si ritrova per guardare insieme un programma o per tifare la squadra del cuore. E’ e sarà così ancora?  “Lo schermo televisivo non ha perso questa funzione, sebbene oggi coesistano esperienze di visione assai diversificate rispetto ai tempi, ai luoghi e ai rituali di consumo. L’apparecchio tv tradizionale continua a mantenere il primato tra gli schermi con cui consumare contenuti televisivi: secondo i dati dell’Osservatorio sul 2016, il 74% del campione usa sempre o spesso la tv principale dell’abitazione, soprattutto per tempi di visione che superano l’ora. Non va sottovalutata, infine, la presenza di schermi che garantiscono una condivisione più elettiva, con parenti, amici, compagni o persino sconosciuti ai quali, però, ci unisce la passione per un determinato contenuto. Ricreando così un focolare attorno al quale trovarsi non necessariamente in presenza, ma altrettanto coinvolgente” spiega la sociologa Andò.