Lombardia, regione “regina” delle imprese di ecommerce e portali web

In Lombardia si concentra la maggior parte delle imprese attive nei settori del commercio online e dei portali web. Lo rivela una recente elaborazione della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese 2017, 2016 e 2012. Entrando nel merito dei numeri, in regione sono ben 3.629 le imprese di questo tipo, su un totale di 19.303 in Italia. Tradotto in percentuali, significa che il 18,8% delle attività di commerce e web, a livello nazionale, si concentra in Lombardia. Interessante anche il trend di crescita: sono infatti aumentate del 8,1% in un anno e del 71,3% in cinque anni. Oltre 3 mila si occupano di e-commerce mentre sono 580 i portali web. Da sola la Lombardia raccoglie il 23,9% degli addetti del settore, quasi 7 mila su oltre 28 mila.

Milano la più attiva su web

In questo ambito, Milano è prima nel Paese con 1.718 imprese e quasi 5 mila addetti (+8,5% in un anno e +78% in cinque anni) seguita da Roma con 1.701 imprese e circa 2.500 addetti e Napoli con 1.312 imprese e 1.800 addetti. In Lombardia dopo Milano, vengono Brescia (398 imprese e oltre 400 addetti), Bergamo e Monza Brianza (313 imprese e 400 addetti ciascuna). Tra chi cresce di più Sondrio (+42% in un anno e +125% in cinque) e Cremona (+12,8% in un anno e +37,5% in cinque).

Dalla Camera di Commercio le riassegnazione dei domini e le linee guida

Un altro dato interessante riguarda la gestione delle procedure di riassegnazione dei nomi a dominio .it presso il Registro .it, l’anagrafe dei domini internet .it. Attualmente sono oltre 150 le richieste depositate presso la Camera Arbitrale di Milano, azienda speciale della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, unico ente pubblico accreditato per queste procedure.

Sempre in Camera di Commercio arriva una sola di decalogo per muoversi correttamente con la contrattualistica nel web. Casi di limitata certezza circa il momento di conclusione del contratto, chiarezza e precisione delle informazioni precontrattuali e degli aspetti specifici relativi al pagamento, fori competenti a volte poco agevoli per il consumatore, testi contrattuali che rimandano a normative di Paesi stranieri, e in alcuni casi una traduzione superficiale dei contratti redatti in lingua straniera: sono alcune delle criticità rilevate nel parere sui contratti online della Camera di commercio. Dieci punti tecnici e giuridici (conoscenza legale di base e corretta percezione degli adempimenti giuridici necessari, attivazione e valorizzazione della piattaforma informatica e del sito web, chiarezza delle informazioni, delle clausole contrattuali e delle condizioni generali di vendita, attenzione alla corretta indicazione del prezzo e ai costi nascosti per il consumatore, trasporto e spedizione della merce, pagamenti, privacy dei dati, mobile e tablet, post-vendita e feedback dei clienti, fiducia) su normativa del settore, vantaggi e opportunità per le imprese sono contenuti nel vademecum “L’impresa e l’ingresso nel commercio elettronico” per aiutare imprenditori ed aspiranti tali che vogliono lavorare nel settore del commercio online ad evitare alcuni degli errori più comuni.


Debutta l’app che ti ricorda “che devi morire”

Detto così, alla Savonarola, “Ricordati che devi morire” sembra una minaccia senza appello. Fermo restando che il messaggio è verissimo, e purtroppo valido per tutti, non è certo foriero di sorrisi e di allegria. Eppure, l’obiettivo della nuova applicazione è far scoprire, o riscoprire, la bellezza della vita. Non solo digitale, ma soprattutto reale.

Da Molière all’app

“Si muore una sola volta, e per così tanto tempo” diceva Molière. Adesso ce lo ricorda anche una nuova app, battezzata WeCroak e sviluppata da KKIT Creations LLC. L’applicazione, che costa 0,99 cent, è disponibile sia per dispositivi Android sia iOS e ha uno scopo ben preciso: “vuole spingerci a riflettere sulla morte per vivere meglio”, segnala l’agenzia di stampa Adnkronos. O meglio, per “trovare la felicità riflettendo sulla mortalità”.

Cinque frasi al giorno per riflettere

Entrando nel merito delle funzionalità di questa applicazione così bizzarra, la prima domanda che viene in mente è: cosa fa? WeCroak  invia sullo smartphone cinque frasi – sempre cinque – ogni giorno. Leggendole, il destinatario viene invitato a fermarsi e a riflettere sulla morte. I messaggi inviati dall’App non hanno orario fisso, e sono distribuiti durante il giorno, a caso, fra le 7 del mattino e le 10 di sera.

La pratica arriva dal Bhutan

Questa tecnica, si legge sul sito dell’applicazione, è basata su una credenza che proviene dal Bhutan secondo la quale, per essere una persona felice, basta dedicare cinque volte al giorno un pensiero alla morte, riflettendo su noi stessi. A dire la verità, si tratta di una prassi molto simile a quella seguita da diversi paesi e discipline orientali, che dedicano molto più tempo alla spiritualità rispetto a noi occidentali. Meditazione e yoga, ad esempio, ne sono una dimostrazione pratica entrata a far parte delle nostre convulse vite.

Una notifica annuncia ognuno dei cinque messaggi

All’arrivo della notifica sul proprio smartphone, l’app mostrerà la frase di un poeta, un filosofo o pensatore sul tema. A quel punto, si viene invitati a dedicare qualche istante alla meditazione attraverso un respiro cosciente e profondo.

Obiettivo felicità attraverso la contemplazione

“Una contemplazione regolare della morte può aiutare a stimolare il cambiamento necessario, accettare ciò che dobbiamo, lasciare andare le cose che non contano e onorare le cose veramente importanti” si legge infine sul sito. Non resta da dire… chi vivrà, vedrà se la app avrà successo e se, soprattutto, contribuirà a rendere le persone più felicemente consapevoli.


Internet: 4 miliardi di persone nel mondo collegate nel 2017

Circa la metà della popolazione mondiale è connessa a Internet. Nel 2017, infatti, il numero degli internauti ha toccato i 4 miliardi di unità. La cifra è il frutto dal rapporto Digital in 2018 di We Are Social, che ha raccolto i dati di 239 paesi: negli ultimi 12 mesi, le persone collegate alla rete sono cresciute del  7%, toccando i i 4,021 miliardi, pari al 53% della popolazione mondiale.

Connessione via mobile

Un altro trend particolarmente significativo è che l’utilizzo dei social media è cresciuto a livello globale del 13% nell’ultimo anno e ha raggiunto i 3,2 miliardi di persone. L’uso dei social media da mobile – smartphone e tablet – è aumentato del 14% su base annua a 2,96 miliardi di persone, con il 93% degli utenti che accede direttamente da dispositivi mobili.

In Italia 43 milioni in rete

E nel nostro Paese? Il rapporto fa una fotografia di una nazione iperconnessa. Circa tre quarti della popolazione dello Stivale, infatti, utilizza la rete mentre la metà usa regolarmente i social media. Nel 2017 gli internauti italiani hanno raggiunto la cifra di 43 milioni, ovvero 4 milioni in più rispetto al 2016, pari a +10%. Appassionati di social media sono 34 milioni di italiani, con una crescita di 3 milioni rispetto al 2016.

Quanto tempo connessi?

La rete ha doppiato la televisione. I nostri connazionali stanno quotidianamente 6 ore online, esattamente il doppio del tempo trascorso a guardare la tv. Di questo monte ore, ben 2 sono utilizzate ogni giorno per curiosare o postare sui social, che si confermano sempre più protagonisti dell’esperienza online.

I trend del 2018

Per quanto riguarda l’anno appena iniziato, gli analisti prevedono a livello globale che il trend proseguirà. Tradotto in numeri, significa che nel 2018 gli internauti trascorreranno complessivamente in rete circa un miliardo di anni. Di questi, 325 milioni di anni verranno spesi sui social media.

L’evoluzione dell’e-commerce

Ovviamente, simili dati non possono non avere ricadute sui comportamenti di acquisto online. Nel 2017, sono state 1,77 miliardi le persone che hanno effettuato un acquisto in uno store online. Questa tipologia di canale distributivo, nel corso del 2017, ha infatti registrato un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. Per avere il peso del comparto, basti pensare che solo negli Stati Uniti, nel 2017, sono stati investiti complessivamente 1,474 miliardi di dollari in piattaforme per l’e-commerce. Rispetto al 2016, si è registrato un aumento a doppia cifra delle vendite online, pari al +16%.


Falla nei processori: computer a rischio?

Il 2018 si è aperto con una notizia che ha fatto drizzare i capelli in testa alla maggior parte degli smanettoni (e non solo) di tutto il mondo. Ci sarebbe infatti una falla di sicurezza nei processori delle principali aziende produttrici – Intel, Arm e Amd – e che in teoria potrebbe esporre a gravi rischi tutti i computer e i dispositivi mobili. Tra i pericoli maggiori, come sempre, spiccano i possibili furti di identità, password e dati sensibili.

La scoperta dai cervelloni di Google Project Zero

La falla è stata individuata dai ricercatori del Google Project Zero, che hanno informato i costruttori e gli sviluppatori dei sistemi operativi (Microsoft, Apple, Linux). Lo riporta l’Ansa.

Le dichiarazioni di Intel

Secondo Intel, che ha espresso il suo parere attraverso un comunicato, tale vulnerabilità “non ha il potenziale di corrompere, modificare o eliminare dati”.

La parola agli esperti italiani

“La vulnerabilità è probabilmente la più grave di questi ultimi anni. Prevedo un impatto superiore a quanto affermano le cronache internazionali e le aziende coinvolte”, ha dichiarato all’Ansa Raoul Chiesa, esperto di cyber security, membro del Consiglio Direttivo dell’AIIC, l’Associazione Italiana Esperti Infrastrutture Critiche. “I rischi non riguardano solo password, foto, pc e smartphone, ma anche l’Internet delle cose, le smart tv, le auto di nuova generazione tra cui nuovi modelli di Bmw, Audi, Chrysler, Ford, Honda, Mazda, Opel e il settore gaming”.

Due pericoli distinti: Meltdown e Spectre

A dirla tutta, le falle individuate dai cervelloni sono ben due. La prima, battezzata “Meltdown”, interessa Intel ed è stata individuata in modo indipendente da tre gruppi di ricercatori (il Politecnico austriaco di Graz, la società tedesca di sicurezza informatica Cerberus e il Project Zero di Google), mentre la seconda, “Spectre”, coinvolge sia Intel sia Arm e Amd, ha due varianti ed è stata svelata dal team di Google. Entrambe riguardano la cosiddetta “esecuzione speculativa”, una funzionalità con cui i processori, per velocizzare le operazioni, cercano di intuire quale strada tra due possibili è più probabile che venga presa, iniziando quindi a eseguire i calcoli prima di ricevere le istruzioni. Stando sempre agli esperti, gli aggiornamenti di sicurezza per far fronte alle falle potrebbero rallentare tra il 5 e il 30% i processori Intel.

Aggiornamenti subito!

Nel frattempo gli aggiornamenti sono già arrivati. Microsoft ha rilasciato l’update per Windows 10 anche quello per le versioni più vecchie del sistema operativo. Apple ha rilasciato l’aggiornamento 10.13.2 di MacOS e ha annunciato miglioramenti nel 10.3.3, Google ha reso noto di aver aggiornato Android e Chrome OS.


Italiani al ristorante: uno su due è più attento alla pulizia che al cibo

Più che il menù vince l’igiene. Ecco, in estrema sintesi, quello che gli italiani sembrano apprezzare maggiormente nella scelta di un ristorante. Per identificare le leve che guidano i nostri connazionali nella scelta di un locale e soprattutto nelle decisioni di tornarci in futuro, arriva uno studio condotto da Astra Ricerche per conto di un’azienda leader nel Pest Control e nei servizi per l’igiene.

Pulizia l’aspetto vincente

Per pranzare o cenare fuori, gli italiani preferiscono la pulizia del locale (45,6%) alla qualità del cibo e delle bevande (28,6%) o agli standard del servizio (13,1%). A sorpresa il rapporto qualità/prezzo e la posizione del locale non sono fattori predominanti, confermato dal fatto che solo l’11,3% degli intervistati mette in primo piano la qualità vantaggiosa della loro esperienza, e solo un 1,3% l’ubicazione della location. I piaceri della gola, quindi, non prevalgono rispetto ad altri aspetti, l’igiene in primis: pochi italiani, soltanto il 18,4%, ritornerebbero in un locale poco pulito nonostante l’ottima cucina, e solo il 12,2% lo consiglierebbe ad un amico o conoscente.

Igiene sì, ma come e dove?

Ma quali sono i punti chiave espressi dagli intervistati quando si parla di igiene nei locali pubblici? Più del 75% degli italiani dichiara di ritenere inaccettabile la scarsa pulizia nelle aree di preparazione del cibo, il 70% non sopporta le stoviglie sporche, oltre il 66% salta sulla sedia per la presenza di capelli nel piatto e ben il 62% teme la presenza di insetti, soprattutto le donne (68%) e i giovani (18-24enni). Ben il 31,4% reputa irritante una scarsa pulizia dei servizi igienici o la presenza di cattivi odori (45%).

Italiani meno preoccupati per possibili intossicazioni

Anche se l’igiene ha un ruolo rilevante nella scelta degli italiani in fatto di locali pubblici, il timore di poter incappare in un’intossicazione alimentare non è poi così diffuso. Tra gli intervistati, solo il 37% afferma di valutare questo rischio quando mangia fuori casa. Il 65% dei nostri connazionali, invece, ha paura che nelle aree in cui si prepara e si conserva il cibo ci siano degli insetti.  Sul tema “insetti indesiderati” si dimostrano più sensibili le donne e i giovani. Il 73% delle donne e il 71% degli intervistati tra i 18 e il 24 anni risultano infatti preoccupati per la loro presenza nei locali. Un italiano su due tra i 25 e 35 anni si dimostra invece disponibile a chiudere un occhio in tal senso.

Locale sporco? Fioccano le recensioni negative

Se in un ristorante si incappa in sporcizia o peggio ancora in insetti, il 43% del campione afferma che racconterà la propria brutta esperienza ad amici e conoscenti e un ulteriore 35% annuncia che scriverà recensioni e commenti negativi sul web.


Investimenti pubblici, crollo verticale. Ma nel 2017…

Investimenti pubblici ahi ahi ahi, per citare una celebre pubblicità televisiva  di qualche anno fa. Almeno per quanto riguarda il nostro Paese, purtroppo. Dal 2005 al 2017, ha comunicato l’Ufficio studi della Cgia, la contrazione è stata del 20%; ma rispetto al 2009, la massima vetta registrata prima del tempo della crisi, la caduta è stata notevolissima:  -35%. In base ai dati registrati dagli analisti della Cgia, nessun altro indicatore economico ha visto una crollo percentuale tanto significativo.

Bruciati 18,6 miliardi di euro di investimenti

Tradotto in soldoni, in termini nominali questa pesante contrazione rappresenta una perdita di 18,6 miliardi di euro di investimenti in otto anni. Tuttavia, qualche buona notizia non manca, per fortuna. Rispetto al 2016 sembra che la tendenza si sia leggermente invertita. La Nota di aggiornamento del Def, resa nota in queste settimane, indica che nel 2017 l’ammontare complessivo della spesa per investimenti nel settore pubblico dovrebbe raggiungere i 35,5 miliardi di euro.

A livello territoriale le maggiori contrazioni sono al Nordest

Come riporta l’agenzia di stampa AdnKronos, a livello territoriale gli ultimi dati disponibili sono aggiornati al 2015 e includono anche quelli realizzati dal Settore pubblico allargato (Spa), ovvero dalle imprese pubbliche nazionali (Posteitaliane, Gruppo Ferrovie dello Stato, Terna, Aci, Gestore servizi elettrici, ecc.) e da quelle locali (Municipalizzate, Consorzi di Enti locali, etc.). Se tra il 2005 e il 2015 gli investimenti del Settore pubblico allargato in conto capitale sono diminuiti a livello nazionale del 23% (pari a -13,3 miliardi di euro), la ripartizione territoriale che ha registrato la contrazione più significativa, segnala ancora l’Ufficio studi della Cgia, è stata il Nordest che ha subito un “crollo” valutabile in 5,3 miliardi di euro (-37,4 per cento). Friuli Venezia Giulia (-51,1 per cento), Piemonte (-44,9 per cento) ed Emilia Romagna (-41,9 per cento) sono state le regioni che più hanno patito questa caduta libera.

L’unica area che “tiene” è il Mezzogiorno

Niente di buono anche sul fronte del Nordovest (-32,2%) e del Centro (-27,6%): entrambe le aree territoriali registrano cali decisamente consistenti. L’unica macro area che ha ottenuto risultati positivi è stata il Mezzogiorno (+419 milioni di euro pari al +2,7%). In un quadro certamente non roseo, alcune regioni del Sud Italia hanno visto delle buone performance: la Puglia (+20,3%), la Basilicata (+24,3%), la Calabria (+38,1%). Bene anche per l’Abruzzo (+57%), che ha però beneficiato degli interventi pubblici destinati alla ricostruzione post terremoto.


Televisori, addio? In calo le vendite di apparecchi TV

Fine di un amore fra italiani e apparecchi TV? Forse. Negli ultimi anni, infatti, il trend di vendita degli apparecchi televisivi è stato in discesa, come rivela un recente studio condotto dall’istituto di ricerca Gfk. Questi i numeri: un 10% di televisori in meno venduti nel periodo genio-luglio 2017 rispetto l’analogo periodo del 2016. E, tutto sommato, da noi le cose vanno anche bene: in Francia, sempre secondo la stessa società di ricerche., il crollo è stato addirittura  del 46%.

Anche se siamo ancora lontani dalla disaffezione, l’andamento delle vendite dell’elettrodomestico più amato dagli italiani parla chiaro: -12,2 per cento nel 2015, un lieve aumento nel 2016 (+3,7) probabilmente dovuto ai campionati di calcio, dicono gli analisti. E poi di nuovo giù. La bella notizia, se così si può dire, è che aumenta il prezzo medio dell’apparecchio acquistato: dai 364 euro del 2015 ai 370 del 2016, fino ai 387 del 2017. Non abbastanza per contrastare la contrazione del giro d’affari, sceso come le vendite: -11,4% nel 2015, poi +5,6 nel 2016 e -5,8 del 2017).

Pochi televisori, tanta televisione

“Il crollo delle vendite è l’effetto di quella che da anni chiamiamo la televisione in qualunque momento e ovunque” ha detto Romana Andò, sociologa della comunicazione alla Sapienza e coordinatrice con Alberto Marinelli dell’Osservatorio Socialtv. “La moltiplicazione degli apparecchi di accesso e degli operatori dei servizi fa sì che oggi si consumino più contenuti, ma non soltanto negli spazi domestici tradizionali e nei tempi canonici della visione”. Ovvero, adesso ci sono i grandi servizi di streaming a fornire contenuti di qualità a tutte le ore del giorno e della notte, spesso rilasciati in contemporanea sui principali mercati televisivi del mondo.

Ancora focolare o no?

Nel nostro immaginario, il televisore è l’apparecchio dove la famiglia si ritrova per guardare insieme un programma o per tifare la squadra del cuore. E’ e sarà così ancora?  “Lo schermo televisivo non ha perso questa funzione, sebbene oggi coesistano esperienze di visione assai diversificate rispetto ai tempi, ai luoghi e ai rituali di consumo. L’apparecchio tv tradizionale continua a mantenere il primato tra gli schermi con cui consumare contenuti televisivi: secondo i dati dell’Osservatorio sul 2016, il 74% del campione usa sempre o spesso la tv principale dell’abitazione, soprattutto per tempi di visione che superano l’ora. Non va sottovalutata, infine, la presenza di schermi che garantiscono una condivisione più elettiva, con parenti, amici, compagni o persino sconosciuti ai quali, però, ci unisce la passione per un determinato contenuto. Ricreando così un focolare attorno al quale trovarsi non necessariamente in presenza, ma altrettanto coinvolgente” spiega la sociologa Andò.


Email dei dipendenti, l’Europa fissa i limiti sui controlli

Può il datore di lavoro controllare la mail dei propri dipendenti o le loro attività su web? In sintesi, l’uso improprio di posta elettronica e Internet, può essere motivo di provvedimenti e addirittura di licenziamento? Sempre meno, e con limitazioni stabilite da un tribunale internazionale. La Corte europea dei diritti umani, infatti, ha sancito attraverso una sentenza definitiva che la privacy del lavoratore va sempre e comunque tutelata.

La sentenza si riferisca a un caso in Romania

La sentenza della Corte di Strasburgo, ha condannato in via definitiva la Romania per non aver difeso a sufficienza i diritti di un lavoratore licenziato a seguito di un controllo di email e e relativo contenuto da parte del suo superiore. I giudici della Corte europea hanno sentenziato che i tribunali del paese non si sono assicurati che la privacy del dipendente fosse protetta da eventuali abusi da parte del datore di lavoro. Per il tribunale europe, si tratta della violazione dell’articolo 8 “sul diritto al rispetto della vita privata e familiare, del domicilio e della corrispondenza”.

Account per uso anche personale?

I fatti si riferiscono al periodo 2004-2007 e riguardano un lavoratore romeno, un ingegnere, che su richiesta del suo datore di lavoro – un’impresa privata – aveva creato una mail con un account gratis per gestire contatti e corrispondenza con i clienti. Nel 2007 nell’azienda viene diffusa una circolare che avere che, in caso di uso improprio di mail, forocopiatrice e fax, il personale potrebbe essere licenziato. Cosa che accade all’ingegnere.

Quando si può “spiare”

Strasburgo afferma che per determinare la legittimità dell’accesso e del controllo delle comunicazioni di un lavoratore, le singole autorità nazionali devono stabilire se il lavoratore ha ricevuto dal suo datore di lavoro una notifica sulla possibilità che l’azienda prenda misure per controllare la sua corrispondenza e altre comunicazioni, e su come queste misure saranno messe in atto, e il loro scopo. La notifica, quindi, deve essere chiara e soprattutto deve anticipare i controlli stessi, che altrimenti vanno a violare la privacy individuale. Senza una comunicazione precisa e puntuale, quindi, il datore di lavoro non può accedere alle comunicazioni del dipendente e al loro contenuto.

Intromissione parziale

Ancora, i giudici della Corte europea hanno stabilito che l’eventuale sorveglianza da parte del datore di lavoro non può allargarsi ad ambiti oltre a quelli precisati nella notifica. In sintesi, si sancisce che “Un datore di lavoro non possa ridurre a zero la vita sociale privata di un impiegato. Il diritto al rispetto per la vita privata e la privacy della corrispondenza continua a esistere anche se sono previste delle restrizioni sul posto di lavoro”.


I cinque pilastri di un negozio e-commerce di successo

L’e-commerce nel 2016 è cresciuto del 10% in Italia, registrando un volume d’affari di oltre 30 miliardi di euro. Ciò non vuol dire che basta aprire un negozio online per vendere in automatico, e neanche che i negozi virtuali non possano chiudere proprio come quelli sulle strade delle nostre città. Se non si seguono una serie di regole tecniche, commerciali e di mercato, il rischio di una saracinesca virtuale abbassata si fa concreta. Ecco quali sono i cinque pilastri che sorreggono il successo di un e-shop. Se un pilastro soltanto viene trascurato senza intervenire per tempo, c’è il rischio che l’intero ‘castello virtuale’ venga giù, quindi attenzione ad ogni scelta.

  1. Definire il perimetro operativo di un negozio e-commerce. Già, qual è il vero confine di un e-shop? Si esaurisce nella virtualità, nella facilità della raccolta degli ordini? Assolutamente no, e chi vende online deve pensare a due aspetti poco virtuali come un magazzino e un corriere per ottimizzare le consegne. Del magazzino sarebbe meglio essere i proprietari, perché questo è un fattore che velocizza e migliora la qualità del servizio. Il corriere va invece scelto in base all’affidabilità non solo per assicurare tempestività nella consegna, ma anche per garantire l’integrità dei colli e la corretta destinazione della merce.
  2. L’interfaccia è un importante biglietto da visita. Se il primo dei cinque pilastri cade fuori la virtualità del negozio e-commerce, questo secondo pilastro caratterizza la facciata del nostro negozio virtuale. Ordine, intuitività e facilità d’interazione sono le priorità, da ricercare attraverso una grafica ben eseguita. È bene studiare soluzioni efficaci per consultare il catalogo, posto sempre in evidenza. Non devono poi mancare foto e recensioni dei prodotti nuovi o di punta.
  3. Scegliere accuratamente la gamma prodotti. Già, altrimenti il nostro edificio rischia di risultare poco omogeneo, con ghirigori che non fanno altro che confondere il visitatore. Bisogna in qualche modo specializzarsi puntando, ad esempio, a prodotti di nicchia o a un’offerta ben caratterizzata, evitando d’inserire ogni tipo di prodotto che viene voglia di vendere.
  4. Un luogo d’interazione. Se questo pilastro regge, i visitatori saranno a loro agio all’interno del negozio virtuale, iscrivendosi alla newsletter, cercando un dialogo diretto con l’azienda per ottenere sconti, premi e regali. Generare feedback da parte degli utenti è la precisa mission di un e-shop. Abbattere i normali prezzi di listino e premiare i clienti (anche con informazioni tempestive, ad esempio l’arrivo in magazzino di un prodotto precedentemente ricercato) è quasi un dovere.
  5. Se un negozio tradizionale ha bisogno di una location nota per farsi trovare, come ad esempio il centro città, un negozio virtuale ha bisogno di parametri Seo che lo spingano nelle posizioni di rango dei diversi motori di ricerca. Non si perda troppo tempo col fai da te, meglio affidarsi a figure specializzate, veri ‘architetti dell’indicizzazione’.

Sharing mobility, in Italia è destinato a crescere

Partire dai reali bisogni e condividere con gli altri i consumi, con formule che rendono vantaggioso a se stessi e alla più ampia collettività il riuso dei beni. È questa una definizione possibile di sharing economy o ‘economia della condivisione’, che anche in Italia, grazie al progredire del web e dell’accessibilità a determinate piattaforme tecnologiche, cresce nel segno della convenienza e del fare community. Oggi si può scegliere di lavorare in un coworking, partecipare a un progetto attraverso il crowdfunding, compiere gli acquisti attraverso il social shopping e cenare in un home restaurant.

In un paese come l’Italia, dove il trasporto su gomma ha primeggiato sulle altre forme di trasporto passeggeri, inediti scenari li apre la sharing mobility, che da qualche anno sta differenziando l’offerta nelle principali città italiane: Milano, Roma, Torino, Firenze e Palermo. Secondo dati della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, almeno un milione di italiani ha provato almeno una volta un servizio di sharing mobility. L’identikit è quello del giovane abituato a connettersi attraverso lo smartphone, attivare il servizio tramite un’app e pagare con carta di credito. I detrattori di queste nuove formule di mobilità sembrano essere i tassisti, con qualche rilevante caso di adeguamento al mutato scenario di mercato.

Quanto ai servizi attivi in Italia, il più semplice, leggero e pulito è il bike sharing, che ha coinvolto nel 2016 circa 200 mila utenti nelle principali aree metropolitane, consentendo una scelta tra bici tradizionali (city bike, mountain bike), a pedalata assistita o elettrica. Meno diffuso è lo scooter sharing: Enjoy possiede una flotta di Piaggio MP3 a Milano, anche perché l’utilizzo tipico del noleggio condiviso avviene su tratti medi di 6 km (dati provenienti dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile), quindi lo scooter può rispondere a tali esigenze del consumatore. Il core business di Enjoy è tuttavia il car sharing, presidiato nelle principali città dalle Fiat 500 in livrea rossa della società controllata da Eni.

Già, la sharing mobility è un affare fiutato dalle grandi compagnie, decise a intercettare l’importante trend di mercato. Così nel car sharing opera anche Car2Go, riconoscibile dalla flotta di Smart bianche: la proprietà è riconducibile a Daimler, il gruppo automobilistico tedesco che oltre a Smart controlla Mercedes. Vi è poi la formula del car pooling, o passaggio condiviso. L’operatore più noto in Italia è BlaBlaCar, ed è sempre più apprezzato in caso di trasferimenti extraurbani. L’identikit del passeggero cambia, invece, nel caso di Uber: in Italia è presente solo con i servizi premium che prevedono grandi berline con autista, dunque gli utenti (circa 13 mila prenotazioni mensili) sono soprattutto businessmen e  turisti facoltosi.