La fine dell’anno è il periodo più caldo per il phishing finanziario

Durante le vacanze natalizie è facile acquistare d’impulso, e prendere decisioni avventate quando si cerca un regalo straordinario a un prezzo vantaggioso. L’esigenza di concludere un buon affare nell’acquisto dei regali rende gli utenti facile preda dei criminali informatici, che approfittano sempre di questa debolezza. La fine dell’anno è un periodo particolarmente proficuo per loro, ma anche il Black Friday, o il Cyber Monday, che vedono un aumento non solo nelle vendite, ma anche nelle attività malevole. I ricercatori di Kaspersky hanno rilevato una crescita del 9,5% nel solo phishing finanziario nell’ultimo trimestre del 2019, e un aumento nel numero e nella varietà delle attività di spam e truffa.

I brand più conosciuti sono usati come esca

A stagione conclusa, l’analisi del panorama delle minacce durante il periodo di vacanze offre una migliore comprensione dei cambiamenti nelle attività fraudolente. Nel 2019 la quota di phishing finanziario ha continuato a crescere, superando la metà (52,61%) di tutti i tentativi di phishing nel quarto trimestre.

Il phishing si conferma un modo efficace di indurre gli utenti a fornire i propri dati personali e le credenziali della carta di credito ai criminali informatici. I brand più conosciuti sono spesso usati come esca. Tra i vari casi, i ricercatori di Kaspersky hanno individuato una pagina che replicava il sito di Amazon e offriva agli utenti promozioni natalizie, e permetteva ai criminali di sottrarre le loro credenziali di Amazon Prime.

Dal Black Friday alla settimana prima di Natale crescono i tentativi di truffa

Queste truffe spesso si rivelano efficaci. L’analisi dell’attività di phishing che sfrutta i nomi dei brand eBay e Alibaba ha rilevato una crescita significativa poco prima della stagione più calda dello shopping. Solo pochi giorni prima dei saldi del Black Friday, il numero di utenti che aveva tentato di accedere alle pagine di phishing di eBay è quadruplicato, raggiungendo oltre 8.000 tentativi al giorno. Le visite si sono mantenute alte fino a metà dicembre e hanno registrato un ulteriore picco una settimana prima di Natale. Un caso simile è stato osservato con le versioni di phishing del sito web Alibaba.

Attenzione alle email di spam

Anche le email di spam hanno mostrato una leggera crescita nel periodo delle vacanze, ma una significativa diversificazione degli argomenti. Gli schemi fraudolenti includevano dalle promesse di donazioni natalizie alle truffe con tentativi di furto di criptovaluta, ma anche email dannose inviate alle organizzazioni come falsi ordini natalizi urgenti. Queste truffe legate alle vacanze e le e-mail di spam non sono limitate al periodo natalizio. Anche gli utenti del Sud Est asiatico hanno ricevuto le tipiche “offerte regalo”, legate invece al Capodanno lunare.


Attenzione al burnout, può causare disturbi cardiaci

Può capitare a tutti di sentirsi terribilmente stanchi, privi di energia, demoralizzati e irritabili. Ma quando iniziano a comparire anche altri sintomi, oltre a stanchezza ed esaurimento, è bene correre ai ripari, perché potrebbe trattarsi di burnout, una sindrome da stress associata dalla scienza anche al rischio di sviluppare un disturbo del ritmo cardiaco, la fibrillazione, potenzialmente mortale. A queste conclusioni è arrivato un ampio studio pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, una rivista dell’European Society of Cardiology (Esc), che indica nel burnout una delle cause dell’aritmia cardiaca.

Un esaurimento vitale causato da stress prolungato e profondo

“Questo esaurimento vitale, comunemente indicato come sindrome del burnout, è tipicamente causato da stress prolungato e profondo sul lavoro o a casa”, dice  l’autore dello studio Parveen K. Garg, dell’Università della California del Sud a Los Angeles. “I risultati del nostro studio fanno chiarezza sul danno che può essere causato nelle persone che soffrono di questa forma di esaurimento”, se non viene controllata. La fibrillazione atriale è la forma più comune di aritmia cardiaca. Si stima che 17 milioni di persone in Europa e 10 milioni negli Usa ne soffriranno entro il prossimo anno, con il relativo aumento del rischio di infarto, ictus e morte. Tuttavia, ciò che provoca la fibrillazione atriale non è ancora del tutto chiaro.

Un rischio maggiore di sviluppare fibrillazione atriale

Il disagio psicologico è stato suggerito come fattore di rischio per la fibrillazione atriale, ma studi precedenti hanno mostrato risultati contrastanti. Inoltre, fino a ora, l’associazione tra sindrome del burnout e fibrillazione atriale non era stata analizzata. I ricercatori quindi hanno esaminato oltre 11.000 soggetti in cerca di sintomi di burnout, indagando anche su aggressività, uso di antidepressivi e scarso supporto sociale. Li hanno poi seguiti per un periodo di quasi 25 anni per intercettare un eventuale sviluppo della fibrillazione atriale. Ebbene, i partecipanti con i più alti livelli di burnout avevano un rischio maggiore del 20% di sviluppare fibrillazione atriale nel corso del follow-up, rispetto a quelli con poca o nessuna evidenza di questo tipo di problema.

Aumento dell’infiammazione e maggiore attivazione della risposta fisiologica allo stress

Secondo Garg, probabilmente sono in gioco due meccanismi. “L’esaurimento è associato a un aumento dell’infiammazione e a una maggiore attivazione della risposta fisiologica allo stress del corpo – ha spiegato -. Quando questi due elementi vengono innescati in modo cronico, possono avere effetti gravi e dannosi sul tessuto cardiaco, che potrebbero alla fine portare allo sviluppo di questa aritmia”. Sono necessarie ulteriori ricerche per identificare azioni concrete da parte dei medici per aiutare i pazienti con burnout, ha affermato ancora Garg. Questa sindrome “aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, compresi infarto e ictus. Ora diciamo che può anche aumentare il rischio di sviluppare la fibrillazione atriale – ha aggiunto lo studioso – un’aritmia cardiaca potenzialmente grave”.

 


Record italiano per il collegamento wi-fi “sostenibile” tra Sardegna e Spagna

Il Politecnico di Torino annuncia la messa a punto di un collegamento wi-fi “lungo” oltre 700 chilometri. Si tratta di un record italiano raggiunto grazie a un sensore e un ricevitore connessi fra la località di Carloforte, situata sull’isola di San Pietro, in Sardegna, e la Catalogna, a poca distanza da Barcellona.

Il sistema, presentato in occasione del convegno di agrometeorologia XWC19. non ha l’obiettivo di portare connettività alle persone ovunque, ma è stato pensato per raggiungere con una rete dati capillare e aperta le zone situate in campagna: è stato infatti usato nella viticultura per il controllo a distanza della salute delle vigne. E potrà permettere anche di controllare lo stato del manto nevoso, o di piazzare una rete di sensori sismici su strade, ponti e zone a rischio.

Un sistema autonomo e alternativo alla telefonia mobile per la raccolta di dati

Si tratta di un progetto iniziato nel 2017, con una sperimentazione condotta dagli iXem Labs dell’ateneo torinese impegnati nella ricerca per il superamento del divario digitale. Il progetto permetterà di costruire un sistema autonomo e alternativo alla telefonia mobile per la raccolta di dati (l’internet delle Cose), applicabile in qualsiasi luogo, anche quelli più remoti, indipendentemente dalla disponibilità di energia e dalle condizioni di copertura. Perché il sistema sia sostenibile e replicabile sono necessarie due caratteristiche essenziali, ovvero, consumi energetici ridottissimi e collegamenti a lunga distanza, riporta Ansa.

Un’alternativa dalla connotazione radioamatoriale alla digitalizzazione a banda larga

“La rivoluzione digitale in corso – spiega il direttore di iXem Labs, Daniele Trinchero – impatta tutti i settori produttivi, soprattutto con il prossimo avvento delle piattaforme per l’Internet delle Cose. Questo esperimento ha carattere dimostrativo, con una forte connotazione radioamatoriale. Abbiamo scelto le condizioni di propagazione più favorevoli per raggiungere distanze sempre maggiori, con grande attenzione alla sostenibilità. Il record del 2007 fu ottenuto utilizzando solo materiali riciclati e obsoleti, dimostrando una via alternativa alla digitalizzazione a banda larga”.

Dispositivi compatti, di facile installazione, e a bassissime emissioni

“Oggi sperimentiamo dispositivi compatti, di facile installazione, a bassissime emissioni, con fabbisogno energetico minimo, e quindi replicabili”, continua Daniele Trinchero. Insomma, per il direttore di iXem Labs, sarà questa l’Internet del futuro. “L’esperimento condotto dagli studiosi – aggiunge Salvatore Puggioni, sindaco di Carloforte – dimostra ancora una volta come le potenzialità di sviluppo dell’Isola passino anche attraverso l’adesione a progetti posti sulla frontiera della ricerca”.

 


Mercato digitale italiano, +2,8% l’anno fino al 2021

Nel triennio 2019-2021 il mercato digitale italiano crescerà con un tasso medio annuo del 2,8%. Una percentuale derivante da incrementi del 2,5% (72.223 milioni di euro) nel 2019, del 2,8% (74.254 milioni) nel 2020, e del 3,1% (76.536 milioni) nel 2021. La proiezione per i settori dell’informatica, telecomunicazioni, contenuti digitali ed elettronica di consumo fa seguito a un 2018 già chiuso in crescita del 2,5%, e al quarto anno consecutivo di ripresa del mercato. Si accentuerà però lo scarto fra le dinamiche delle componenti più consolidate e più innovative, con le seconde stimate a tassi di crescita 10 volte più elevati. Le stime scontano però la continuità degli investimenti in reti di comunicazione ad alta capacità, dei programmi Impresa 4.0 e dei programmi di ammodernamento della PA del nuovo Piano Triennale.

“In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale”

È questo il quadro che emerge dall’edizione 2019 del rapporto Il Digitale in Italia, presentato da Anitec-Assinform, l’Associazione delle imprese dell’ICT aderente a Confindustria in collaborazione con NetConsulting cube.

“Si è innescato un processo virtuoso – commenta Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform -. La spinta delle componenti più innovative si autoalimenta sulla base di risultati concreti e si trasmette all’intero mercato, a partire dal software ai servizi. In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale, visto non più solo come fattore di efficienza, ma come leva strategica per innovare prodotti, servizi, modelli di business”.

Digital Enabler, tassi medi a +14,2% annui

A parte i servizi di rete, per il quali si attende la spinta del 5G, la progressione attesa per il medio termine è trasversale a tutti i comparti. Tra il 2019 e il 2021, Dispositivi e Sistemi cresceranno a un tasso medio annuo dell’1,9%, Software e Soluzioni ICT del 6,3%, Servizi ICT del 6,1%, e Contenuti e Pubblicità Digitale del 7,2%. Estraendo dai diversi comparti le componenti più innovative (Digital Enabler) si ha conferma della loro crescente rilevanza, poiché da qui al 2021 aumenteranno a tassi medi annui del 14,2% l’IoT, del 13,9% la Cybersecurity, del 22% il Cloud, del 14,7% l’ambito Big Data, dell’11,6% le Piattaforme per la gestione Web, del 9,1% il Mobile business, dell’11,8% i prodotti e le applicazioni Wearable. In fortissima crescita anche AI e Blockchain, pur con valori di partenza contenuti.

Settori di utenza, confermato il ruolo trainante di Banche, Industria, Distribuzione, Utility

“Per gli investimenti digitali sono previsti incrementi medi annui del 4,7% per le grandi imprese, del 3,8% nelle medie e del 2,1% nelle piccole – precisa Gay – e quest’ultimo dato è da correggere al rialzo con pragmatismo, con incentivi centrati non solo sulla bassa taglia dimensionale o la localizzazione, ma anche indirizzati ai progetti delle grandi aziende che puntano a integrare le piccole in ecosistemi collaborativi”.

Per quanto riguarda i settori d’utenza, da qui al 2021 si conferma il ruolo trainante di Banche (+4,8%), Industria (+5,2%), Distribuzione (+5,1%), Utility 5,1%), e Assicurazioni (+5,1%). E dovrebbe migliorare anche il trend del settore pubblico (+ 0,6% PA Centrale, + 1,3% PA Locale), scontando l’attuazione del Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2019-2021.


Stalkerware, i consigli per difendersi dallo spionaggio domestico

Lo smartphone ha a tutti gli effetti preso il posto della cara, vecchia agenda: in esso sono contenuti ricordi, informazioni, immagini e soprattutto un’infinità di dati sensibili. Insomma, racchiusa lì dentro non c’è solo la nostra vita digitale, ma anche molto, moltissimo della nostra vita reale. Ovvio che, con un simile patrimonio immagazzinato in un solo device, la privacy deve diventare un’assoluta priorità. Oggi, però, i nostri dati sono in pericolo: sta infatti prendendo sempre più piede il fenomeno dello stalkerware, ovvero lo spionaggio domestico. Si tratta di programmi che possono essere installati solo se si ha in mano il device, per accedere a messaggi, fotografie, social media, geolocalizzazione e registrazioni audio o video. Con un incremento del 93% delle incidenze rispetto al 2018, il nostro Paese è al secondo posto in Europa  tra i popoli “più spioni” con una maggiore predisposizione a voler controllare lo smartphone di parenti, fidanzati e perfino colleghi:lo rivela una ricerca condotta da Kaspersky , società di sicurezza informatica a livello globale.

Le dritte per non farsi spiare

E’ Wiko, società produttrice di smartphone, a fornire cinque indicazioni preziose per proteggere i nostri telefoni dai “guardoni” informatici. Innanzitutto, anche se sembra una banalità, vanno sempre scelte password complesse, composte da caratteri alfanumerici e simboli. Utilizzare la stessa password per tutti i device, o ancora la propria data di nascita o il nome di battesimo, non è davvero una buona idea. Con un po’ di impegno (e neanche tanto), chiunque potrebbe accedere ai nostri dati. La maggior parte dei telefonini oggi è dotato di fingerprint: ecco, il sensore di impronte digitali va attivato e utilizzato in abbinamento alla password complessa.

Attenzione a reti wi-fi e app

Occhio anche al wi-fi: le reti non protette sono sì comodissime, ma lasciano la “porta aperta” a potenziali criminali informatici. Meglio quindi usare connessioni non solo legittime, ma anche protette. E’ fondamentale anche prestare la massima attenzione alle app: una buona regola è quella di scaricare solo applicazioni dagli store ufficiali, così da non incappare in app fraudolente. Infine, leggere la policy sulla privacy: è questo un comportamento che non seguiamo quasi mai, invece andrebbe dedicato qualche minuto alle lettura per sapere quali autorizzazioni sono state concesse all’app appena scaricata. Insomma, se i nostri device sono a rischio la colpa è anche un po’ nostra, che spesso trascuriamo la nostra privacy per un eccesso di leggerezza. Salvo poi pentircene quando ormai è troppo tardi.


Italia, crescita col freno a mano: gli ultimi dati

Come si utilizza scrivere sui social, con un hashtag ormai famosissimo, “bene ma non benissimo”. Purtroppo, però, questa volta non si parla della riuscita di un piatto o di una performance sportiva, come spesso si ama condividere sui social media, bensì dei conti dell’Italia. Il 2018, infatti, si chiude con un bilancio meno roseo rispetto le attese e le previsioni. A decretarlo è l’Istat, che rileva un certo ribasso del Pil a fronte di un lieve rialzo del deficit nei conti economici del nostro Paese. Il report, redatto sulla base dei nuovi metodi concordati in sede Ue, conferma tuttavia la lenta uscita dalla crisi e che verrà tenuto in conto nella Nadef, chiamata a mettere nero su bianco le stime alla base della manovra di Bilancio.

Crescita del Pil da 0,9 a 0,8%

Il documento pubblicato dall’Istituto di Statistica evidenzia che il tasso di crescita del Pil nel 2018 è stato rivisto dal precedente +0,9% a 0,8%. Il 2017 si è chiuso con il pil a 1,7%. Corretto in lieve rialzo invece il rapporto deficit-pil che passa dal 2,1% indicato ad aprile al 2,2% nel 2018, con un peggioramento di 0,1 punti percentuali, che si traduce nei numeri in un miliardo in più di ‘rosso’ che andrà a pesare sulla stima sul debito dello scorso anno. Migliora comunque il dato sul disavanzo rispetto al 2017 (2,4%). Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) è pari all’+1,5 % del Pil. Lieve miglioramento per la pressione fiscale: al 41,8% nel 2018 dal 42,1% stimato ad aprile.

Conti sostanzialmente simili

“La revisione generale dei conti nazionali ha modificato in misura molto limitata le stime dei tassi di crescita dell’economia italiana per gli anni recenti”, commenta l’Istat. “Si conferma che nel 2018 vi è stato un significativo rallentamento della crescita – aggiunge – con un tasso di variazione del Pil dello 0,8%, a fronte di un incremento dell’1,7% nel 2017. Nel corso della fase di espansione 2015-2018 sulla base delle nuove stime si è registrato un aumento complessivo del Pil in volume del 4,6%”. Secondo l’Istat, invece gli investimenti fissi lordi sono cresciuti in volume del 3,2%, i consumi finali nazionali dello 0,7%, le esportazioni di beni e servizi dell’1,8% e le importazioni del 3,0%.

Il reddito disponibile delle famiglie

Quanto al reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato nel 2018 una crescita dell’1,8% in valore nominale e dello 0,9% in termini di potere d’acquisto. Poiché il valore dei consumi privati è aumentato dell’1,7%, la propensione al risparmio delle famiglie è rimasta quasi stabile, passando dall’8,0 all’8,1%.

 


Assumere in estate rispettando le regole. I 5 errori da evitare

Durante il periodo estivo le assunzioni a tempo determinato subiscono un’impennata. E per le Pmi conoscere le regole del lavoro, e rispettarle, magari affidandosi a servizi di consulenza validi, è fondamentale per evitare di incorrere in rischi gravi per la propria azienda e la propria persona. Spesso l’imprenditore, soprattutto se a capo di una micro impresa, non volendosi impegnare con contratti formalizzati ingaggia personale in modo irregolare. Rischiando, tra le altre conseguenze, di non poter dare continuità al proprio lavoro.  Di seguito i 5 errori più gravi assolutamente da evitare nell’inserimento temporaneo di personale. Ovviamente, non solo in estate.

Lavoro nero e prestazioni occasionali

“Assumere” lavoratori “in nero” è l’errore più grave che si possa commettere: il datore di lavoro rischia pesanti sanzioni amministrative, e perfino la sospensione dell’attività d’impresa. In caso di infortuni sul lavoro, poi, la responsabilità in capo all’imprenditore è gravissima. Nel caso di rapporti di lavoro di durata limitata qualche imprenditore inoltre può essere attratto da collaborazioni autonome soggette solo alla ritenuta di imposta del 20%. Il vantaggio, solo apparente, è che la spesa del lavoro possa essere registrata nella contabilità aziendale. Il lavoratore così inserito non è comunque coperto dalle assicurazioni sociali, e la retribuzione pattuita potrebbe non corrispondere al salario previsto dai contratti nazionali. L’interruzione del rapporto di lavoro poi equivale a un licenziamento illegittimo.

Finti appalti a cooperative e Co.Co.Co non genuine

Il caso più subdolo di aggiramento delle norme sul lavoro è quello di fingere un appalto con un soggetto esterno, spesso una cooperativa, e ingaggiare personale utilizzandolo come si trattasse di lavoro interinale. L’imprenditore è allettato dal forte risparmio sul costo del lavoro, basato su retribuzioni irregolari e trucchi contabili da parte del finto appaltatore. In questo caso l’imprenditore e il falso appaltatore commettono insieme una serie di reati che vanno dalla somministrazione fraudolenta al caporalato. Quando invece l’imprenditore cerca di mascherare un rapporto di lavoro subordinato con uno para-subordinato il lavoratore che ricevesse una retribuzione inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro potrebbe richiedere le differenze maturate.

Contratti a termine fuori dalle regole del Decreto Dignità

Se l’imprenditore ha bisogno di un inserimento temporaneo in azienda il contratto a tempo determinato è la risposta più giusta. Va però considerato che il Decreto Dignità ha inserito vincoli stringenti da valutare con attenzione. La massima attenzione viene posta sulla motivazione, se non è il primo rapporto che si stipula con il dipendente (e si tratta quindi del cosiddetto rinnovo) il contratto deve essere motivato. La causa del contratto potrebbe essere sostitutiva (nel caso l’assunzione servisse per sostituire lavoratori in ferie), oppure stagionale (la stagionalità dovrebbe essere prevista da norme di legge o da contratti collettivi anche aziendali). In entrambi i casi la motivazione va ben esplicitata nella lettera di assunzione. L’assenza della specifica causale rende il contratto a tempo indeterminato.


Giappone, Norvegia e Svizzera i Paesi con la reputazione più alta. Italia al top per cultura

La reputazione di un Paese si misura dai valori sociali che riesce a esprimere. E tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza sono fondamentali per ottenere una buona reputazione. Secondo l’ottava edizione del Country Index di FutureBrand, Giappone, Norvegia e Svizzera sono i Paesi con la reputazione più alta, mentre l’Italia recupera 4 posizioni e sale al 14° posto della classifica. La classifica del Country Index comprende i primi 75 Paesi per Pil nell’elenco della Banca Mondiale, e si basa sulle risposte di 2.500 intervistati relative a fattori quali Purpose (scopo) ed Esperienza, oltre a parametri quali cultura, business, turismo, qualità della vita e sistema di valori.

Tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza i parametri più importanti

Si tratta di una chiave di lettura che consente di comparare i Paesi con un Pil più basso con Nazioni tradizionalmente più forti, dando luogo a un ordine mondiale totalmente inedito. Nell’Index 2019 cresce l’importanza dei parametri tutela dell’ambiente, qualità della vita e tolleranza, considerati i misuratori più rilevanti nella definizione della “grandezza” di una Nazione. E secondo il nuovo Index gli Stati Uniti perdono 5 posizioni (12° posto) e il Regno Unito 7 (19° posto), entrambi i Paesi sono considerati perciò meno appetibili sia come destinazioni turistiche o mete di studio, ma anche per gli investitori, che ne mettono in discussione le politiche in quanto influenzano il sistema di valori.

Italia 46a per tutela ambientale e 44a per tolleranza

Nonostante le promesse relative a investimenti in innovazione e tutela ambientale, l’Italia al momento è ferma al 46° posto per la tutela ambientale. Dietro di noi c’è la Malesia che di recente ha assunto una netta posizione contro l’esportazione dei rifiuti provenienti dai Paesi occidentali. Più preoccupante per un Paese che fa affidamento sul turismo però è la 44a posizione occupata dall’Italia nel parametro relativo alla tolleranza. Nell’Index, l’Italia si colloca poi al 33° posto nel ranking Good for Business, dimostrando di avere un buon margine di miglioramento. Ed è al 37° posto nella classifica della tecnologia avanzata dietro la Slovacchia, giudicata più smart, e appena sopra al Sudan.

Italia al top per ricchezza del patrimonio artistico e cultura

Il Country Brand Index di FutureBrand esplora invece il concetto di Countrymaking come leva per potenziare il turismo e gli investimenti. E quest’anno l’Italia si conferma al 1° posto per la ricchezza dei punti di interesse storico, il patrimonio artistico e la cultura, riporta Ansa. Tuttavia, ha infrastrutture non sempre all’altezza della situazione, un rapporto qualità-prezzo giudicato poco conveniente, e manca di politiche concrete che impediscano alle città d’arte di trasformarsi in mete di un turismo poco rispettoso.

I Paesi che ambiscono a rafforzare la forza del proprio brand devono perciò necessariamente ottenere un punteggio elevato nel parametro relativo alla qualità della vita. Parametro in cui l’Italia è 28a, dimostrando anche in questo caso di avere ancora molto da fare


Consumatori sempre meno fedeli ai brand: è l’effetto Disloyalty

Si definisce brutalmente effetto Amazon: è l’abbandono dei brand preferiti a favore di altri più convenienti, più nuovi o più appealing. E il fenomeno si diffonde su scala mondiale. A decretarlo è lo studio Disloyalty condotto da Nielsen su un campione di oltre 30.000 consumatori connessi a Internet in 64 Paesi del mondo. L’analisi mette in luce  che i consumatori globali sono attivamente alla ricerca di novità. Un ampia fetta del campione – ben il 42% – dice di provare nuovi prodotti/brand molto volentieri e quasi la metà (49%) – pur preferendo acquistare prodotti o servizi che già conosce  – qualche volta è intenzionata a sperimentare novità. Solo l’8% degli individui resta fedele alla propria marca, scegliendo di rimanere su un terreno percepito come sicuro.

Le differenze fra Ovest ed Est del mondo

Questo trend si verifica anche in Italia: il 35% dei consumatori dello Stivale ama provare nuovi prodotti e brand, e il 57% è disposto a provarli ogni tanto. In generale, i consumatori delle regioni asiatiche e del Pacifico hanno una maggiore propensione a questi episodi di infedeltà, che è poi il significato della parola Disloyalty:  il 47% di loro dichiara infatti di amare provare nuovi prodotti e brand. I consumatori del Nord America e dell’Europa sono invece i meno propensi ad abbandonare i propri brand preferiti (36% e 33% rispettivamente).

Nuovi rischi, ma anche diversificazione dell’offerta

“L’aumento dell’infedeltà nei consumi crea nuovi rischi, ma anche opportunità di diversificazione dell’offerta. Parte di questa infedeltà è riconducibile al cosiddetto effetto Amazon, che ha espanso le possibilità di scelta e creato una maggiore consapevolezza sui prezzi. Ma non solo. Anche la sempre maggiore convergenza tra online e offline cambia le logiche di relazione con i clienti. Le marche devono lavorare sui servizi correlati al prodotto, sempre più parte integrante di una relazione capace di sfuggire a una logica puramente price-based” spiega Christian Centonze, Food Industry Director di Nielsen in Italia.

Si cambia a favore di un migliore rapporto qualità/prezzo

Sono molteplici i motivi che spingono i consumatori a cambiare marca, e sono allineati in tutti i paesi del mondo. In prima battuta, la ragione dell’infedeltà è da attribuirsi al rapporto qualità/prezzo, riconosciuto dal 39% del campione quale fattore chiave nella scelta di un nuovo brand/prodotto. In seconda posizione, tra le ragioni del “tradimento”,  c’è la qualità superiore (34%), seguita dal dal prezzo (32%) e dalla convenience (31%). Al contempo solo il 28% dei consumatori è influenzato dalla notorietà e affidabilità di un brand. I dati sono ovviamente di massima e variano, anche in maniera sensibile, in relazione alle diverse categorie merceologiche.


Il capo perfetto: le 10 caratteristiche che deve avere (oggi)

Il buon capo di oggi non è il buon capo di ieri. Gli skills richiesti sono molto diversi nel 2019, e decisamente “raffinati” e inclusivi. Lontani, insomma, dal cliché del semplice bonus per far contenti i dipendenti. Ora ai manager si chiede di più, molto di più, e soprattutto serve una vision diversa. Lo spiega Roberto D’Incau, headhunter & coach, fondatore di Lang&Partners, una delle più note società di consulenza HR italiane, che ha fatto della diversity & inclusion un modo di essere e di intendere il business. Ecco, in 10 punti, quali sono le caratteristiche che un buon capo dovrebbe avere.

Attenzione alle persone

E’ fondamentale, un’attenzione vera, non solo cosmetica. “Vedo troppi executive unicamente orientati ai risultati di breve, poco strategici e poco attenti davvero al loro team. Alla lunga tutto ciò non paga, le aziende implodono perché i team di lavoro sono poco coesi e davvero motivati” dice D’Incau.

Capacità motivazionale

E’ la capacità di attivare non la motivazione estrinseca, fatta di bonus come l’auto che interessano ormai solo gli over 40 o over 50, ma quella intrinseca, fatta di una partecipazione quotidiana anche emotiva al progetto lavorativo. Un capo ispirante sa motivare e di conseguenza fa salire l’autostima del team.

Resilienza 

La resilienza è la capacità di adattarsi al cambiamento: è fondamentale, al cambiamento positivo e negativo, sapere ripartire e non perdersi d’animo, o non farsi travolgere dal successo del momento: sono due facce della stessa medaglia.

Velocità

Il mondo è velocissimo, e il business lo è altrettanto. E’ come navigare in un mare mai calmo, bisogna sapere essere veloci, senza però mai perdere la rotta.

Orientamento all’innovazione

“Spesso si pensa a un leader innovativo come a un genio alla Steve Jobs: in realtà un capo orientato all’innovazione è chi utilizza le tecniche e le metodologie giuste per agevolare il cambiamento, ‘annusando’ il nuovo che è nell’aria e avendo il coraggio di innovare in prima persona, e di far innovare il proprio gruppo” spiega d’Incau.

Creazione del consenso

Sapere creare il consenso è più importante che essere carismatico: molti capi corrono il rischio del  “falso consenso”, quando si pensa di avere il gruppo con se e invece non c’è; bisogna sapere portare il team a guardare nella stessa direzione, accogliendo il dissenso quando serve. Se non c’è vero consenso non c’è azione.

Attenzione alle diversity

Valorizzare le diversity è fondamentale sia per far star bene le persone che lavorano in un gruppo, sia per valorizzare la capacità di innovare che è funzione diretta del livello di diversity di un leadership team: più un team è “diverso”, non omogeneo, più il fatturato legato all’innovazione sale. E’ dimostrato.

Capacità di ispirare

Sapere ispirare fiducia è fondamentale, così come portare il team a condividere davvero il proprio progetto. In generale, le persone fanno un po’ fatica a fidarsi davvero dell’azienda per cui lavorano e dei capi che li guidano: un capo ispirante è come un condottiero in cui l’esercito crede.

Essere visionario

Avere una visione, sapere dove andrà l’azienda nel medio lungo periodo, guardando oltre il presente: non è da tutti, è sicuramente molto importante. Un capo non visionario vive con un orizzonte di breve, pensa a un anno da oggi, e ai propri bonus (troppo spesso). L’azienda però senza un capo visionario non va da nessuna parte.

Concretizzare i progetti

Anche se potrebbe apparire una competenza opposta a quella precedente, in realtà è il suo complementare. Un capo può essere visionario, ma se non riesce a mettere a terra i progetti, con il supporto del suo leadership team, resta un sognatore. Ci vuole molta concretezza, oggi più che mai, perché con la velocità del business che viviamo c’è il rischio di lasciare le cose incompiute, per inseguire la prossima, senza avere concluso nulla di buono.